Maroni, l’intesa con Tatarella e quella volta che gli proposi di fare il sindaco di Napoli…

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Ormai è tutto “prescritto” e la storia si può tirare fuori: nel 2011 proposi a Roberto Bobo Maroni, di candidarsi a sindaco di Napoli. Lo bloccai tra i banchi del governo – era ministro dell’Interno del Berlusconi quater – mentre tentava di guadagnare l’uscita per allontanarsi dall’aula di Montecitorio. «Ragiona – gli dissi -: sei l’inventore del modello Caserta che sta mietendo risultati esaltanti contro la criminalità sull’intero territorio regionale. In più, suoni il sax, ami la musica e questo ti farebbe entrare in sintonia profonda con i napoletani e, infine, sei leghista: la tua candidatura salderebbe Nord e Sud e farebbe di te un novello Garibaldi». Era, il mio, com’è chiaro, un tentativo tra il serio e il paradossale. A cui Bobo oppose un’espressione tra l’incredulo e l’incuriosito. «Ne sono lusingato – rispose con la consueta aria sorniona –, ma come potrei?». In realtà, neanche voleva. E si capisce: non avrebbe mai vinto (non vincemmo, per la cronaca, neppure con la candidatura “indigena“).

In realtà, la “carta Maroni” si prefiggeva di fare di Napoli un laboratorio politico-amministrativo fondato soprattutto sui brillanti risultati ottenuti su un territorio complicato. Insomma, un investimento per il futuro travestito da provocazione politica. Restò solo la provocazione politica. Racconto questo aneddoto, rimasto per altro privo di conseguenze, perché riesce meglio di tanti altri a spiegare la capacità che Bobo aveva di attrarre il suo opposto, “geografico” in quel caso. Ma era uguale se invece di Nord e Sud si ragionava di categorie politiche. Già, Maroni apparteneva ai leghisti di sinistra.

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Eppure fu con lui che Pinuccio Tatarella strinse il patto che portò la bicamerale D’Alema all’approvazione del presidenzialismo. Così come fu lui ad opporsi al Bossi del ribaltone antiberlusconiano. Mentre in tempi più recenti non ha esitato a impugnare la

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