Un piano contro le emissioni agricole molto poco gradito. Ad opporsi al progetto di tassazione del governo della Nuova Zelando ci sono in prima fila gli allevatori, che si sentono penalizzati dagli strumenti adottati per arginari i cambiamenti climatici. La “tassa agricola” dovrebbe essere un pilastro dell’impegno del Paese nel ridurre le emissioni di gas serra. L’obiettivo è quello della cosiddetta “neutralità carbone” entro il 2050.
La scorsa settimana il governo ha confermato i piani per la determinazione del prezzo dei gas agricoli e del metano biogeno, che proviene principalmente dai rutti di mucche e pecore. I rappresentanti del settore sono preoccupati e accusano : la proposta non tiene conto della silvicoltura in azienda e di come questa potrebbe compensare le emissioni degli allevamenti. Hanno anche sollevato preoccupazioni su come saranno valutate le emissioni e sulla gestione generale del piano.
In cima alle ragioni delle proteste i pesanti danni economici che il settore teme di dover affrontare. La tassazione, sostengono i titolari delle aziende agricole, potrebbe metterli fuori mercato, nonostante il governo consigli loro di recuperare i costi maggiori valorizzando i prodotti più rispettosi del clima. “Cerchiamo di capire come sia meglio per gli agricoltori e per il Paese; il problema è che se si fa pagare a casaccio qualcosa per cui non c’è soluzione, allora è una tassa”, ha dichiarato a Radio New Zealand Bryce McKenzie, co-fondatore di Groundswell New Zealand, che ha organizzato la protesta.
Al fianco degli agricoltori si sono subito schierati i giganti della produzione lattiero-casearia,


