La stampa internazionale s’interroga sulla deriva autoritaria italiana

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È stato calpestato il diritto al lavoro. Si sono creati disagi ai cittadini. Si è provocato un danno all’economia. È stata sporcata l’immagine internazionale dell’Italia.
Dal «New York Times» al «Financial Times», i principali media occidentali si interrogano sulla nostra svolta autoritaria. Fatta in assenza di un’emergenza sanitaria e con oltre l’80% di vaccinati. La domanda è: perché?
Il confronto con la Cina, dove più di un miliardo di persone sono ora pienamente vaccinate, ma dove le autorità di Pechino non hanno avuto remore ad adottare una linea dura. In agosto in almeno 12 città della Repubblica popolare cinese, il governo ha avvisato i residenti che le persone non vaccinate sarebbero state punite se ritenute responsabili della diffusione di focolai. E siccome tutti i cinesi sanno che con il regime comunista di Xi Jinping non si scherza, e oltre a rischiare l’infezione si rischia la detenzione, se non la vita, la corsa al siero è stata immediata. Ma, osserva il grande quotidiano americano, «i governi democraticamente eletti devono bilanciare le esigenze di salute pubblica con le preoccupazioni per le libertà civili e quelle di realtà politica».
Insomma, non siamo la Cina. E nemmeno l’Arabia Saudita, dove basta che il principe Bin Salman muova un sopracciglio per decidere cosa debba fare e quanta libertà abbia un suddito, Arabia che peraltro ieri ha annunciato la revoca dei provvedimenti tassativi. L’obbligo del green pass, scrive sempre il New York Times, dovrà anche fronteggiare aspetti costituzionali, ma il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il suo governo dicono di essere fiduciosi che la Consulta non cancellerà né rivedrà la norma.
Ma a stupirsi non è solo la gloriosa testata Usa. In pratica, tutta la stampa internazionale, dal Financial Times al Los Angeles Times, ieri si è occupata di noi e della decisione di infischiarsene di alcuni articoli della nostra Costituzione, a cominciare dal primo, quello in cui si recita che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, impegnandosi a «promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto». Certo, da ieri è difficile sostenere che lo Stato promuova le condizioni perché il diritto al lavoro sia effettivo. Non che questo sia una sorpresa: da sempre l’articolo 1 è più una dichiarazione di principio che una promessa concreta.
Del resto, a poter garantire il lavoro non può essere il governo, a meno di trasformarci in un regime comunista che se ne fa un baffo delle regole di mercato e anche di qualcos’altro. Tuttavia, noi non pretendiamo che lo Stato dia a tutti i cittadini un posto di lavoro e uno stipendio, ma almeno che non lo tolga per legge. Tra le persone che hanno protestato ieri, forse ci sarà stata una quota di irriducibili e inguaribili contestatori, di Forza nuova o dei centri sociali, ma è indubbio che la stragrande maggioranza fosse fatta di persone normali, che per paura o per convincimento hanno ritenuto di non doversi vaccinare.
Una percentuale di no vax esiste in ogni Paese e da Berlino a Parigi si sono registrate manifestazioni di protesta contro le limitazioni introdotte in alcuni settori. Tuttavia, a nessun governo democratico è venuto in mente di estendere un provvedimento come il certificato vaccinale per poter lavorare, cioè di privare della retribuzione le persone che non hanno inteso vaccinarsi, perché una misura del genere è stata ritenuta una prevaricazione dei diritti della persona. Si può discutere e dubitare delle ragioni che inducono qualcuno a non accettare un’iniezione che riduce i rischi di ammalarsi, ma sottoporre una persona in grado di intendere e di volere a un trattamento sanitario obbligatorio, è qualcosa che invade la sfera della libertà degli individui, a meno che si pensi che nel nostro Paese ci sono milioni di italiani non in grado di intendere e di volere.
Lo so che qualcuno obietta che esiste anche la libertà delle altre persone, ovvero i vaccinati, i quali non hanno intenzione di essere infettati da chi non si è immunizzato e non hanno voglia  di subire limitazioni alla propria vita sociale per colpa di altri. A parte che ciò prova come il siero il siero non garantisca di non ammalarsi, in quanto si può essere contagiati e contagiare, ma a rischiare di più in questo caso sono le persone non vaccinate.
Queste però costano molto alla collettività, si eccepisce, e costerebbero anche di più se lo Stato, per rispettare il loro volere, si facesse carico dei tamponi. Sì, ma anche i vaccini non sono gratis: tra seconde e terze dosi abbiamo speso una fortuna. E poi, diciamoci la verità, come può uno Stato non riconoscere i tamponi quando ha buttato una montagna di soldi in mascherine farlocche e banchi a rotelle inutili?
A prescindere da ciò e dai disagi che, a causa delle proteste, inevitabilmente si scaricheranno sulla testa degli italiani, vaccinati o no, che senso ha un braccio di ferro contro chi non ha il green pass quando più dell’85% delle persone maggiori di 12 anni ha ricevuto almeno una dose e quasi l’81% è completamente vaccinato? Siamo tra i grandi Paesi europei più avanti di tuttiperché si vuole conquistare anche il primato di chi vìola le libertà di curarsi pur non essendoci alcuna emergenza?
di Maurizio Belpietro – La Verità

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