Si aggrava il bilancio dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. A Minab, nel sud del Paese, un bombardamento ha colpito una scuola femminile causando la morte di 51 studentesse e il ferimento di almeno 45 persone, secondo l’agenzia statale Islamic Republic News Agency. L’obiettivo dichiarato sarebbe stata una base della Guardia Rivoluzionaria nelle vicinanze.
L’attacco, lanciato all’alba, ha interessato numerosi obiettivi militari e istituzionali in diverse città iraniane, tra cui aree prossime agli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei, che secondo fonti locali sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro. Colpiti anche edifici governativi e strutture del ministero dell’Intelligence a Teheran. Israele sostiene di aver distrutto centinaia di siti militari e lanciamissili.
Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che l’operazione mira a impedire che l’Iran si doti di armi nucleari e ha invitato la popolazione a ribellarsi alla leadership islamica. Sulla stessa linea il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha parlato di un’azione volta a favorire un cambiamento interno nel Paese.
Teheran ha reagito lanciando missili e droni contro Israele e contro installazioni militari statunitensi in diversi Paesi del Golfo. Un attacco avrebbe causato una vittima negli Emirati Arabi Uniti. Arabia Saudita e altri Stati della regione hanno condannato le operazioni iraniane, mentre diversi governi hanno chiuso lo spazio aereo per ragioni di sicurezza.
Dura la posizione della Russia: il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, dopo un colloquio con l’omologo iraniano Abbas Araghchi, ha definito l’azione di Usa e Israele un attacco “immotivato” e contrario al diritto internazionale.
L’escalation rischia ora di estendersi all’intera regione, con possibili ripercussioni sui mercati energetici, soprattutto se lo Stretto di Hormuz dovesse diventare teatro di scontri. Sullo sfondo resta lo stallo nei negoziati sul nucleare: secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran avrebbe accumulato uranio arricchito al 60%, vicino alla soglia per un potenziale impiego militare. Proprio il fallimento dei recenti colloqui avrebbe accelerato la scelta dell’intervento armato.


