I nostri bambini nella rete dei cybercriminali. Colpa anche di scuola e famiglie

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È di queste ore la condanna di un venticinquenne da parte del Gup di Varese per avere adescato tramite social e poi violentato una ragazzina di soli undici anni che – salita su un treno – si è “consegnata” al suo stupratore, convinta fosse una persona degna della sua fiducia. Come la maggior parte dei suoi coetanei la piccola vittima disponeva di un telefono sul quale erano installate le più comuni app di messaggistica. Ad esserle fatale la diffusissima Snapchat.

A Caivano, contesto in cui il degrado regnava indisturbato, negli stupri che hanno condotto il governo ad emanare l’omonimo decreto, il cellulare sembra ancora una volta avere un ruolo centrale perché le violenze erano state filmate evidentemente con la finalità di divulgare e vendere i video a reti ben consolidate desiderose di fruire di quegli orrori a danno di minori. Partendo da questi esemplificativi fatti – numerosi sono quelli che occupano le pagine di cronaca con frequenza quasi quotidiana – una speranza ci viene restituita dal lavoro di 100 investigatori cibernetici che sotto copertura hanno portato a ben trenta perquisizioni

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