MILANO – Avvio di settimana in forte tensione per le materie prime energetiche dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
I mercati reagiscono con un balzo deciso delle quotazioni, alimentato dai timori di un’escalation in Medio Oriente e di possibili ripercussioni sui flussi globali di greggio e gas.
Il petrolio ha toccato un picco intraday del +13%, per poi ridurre parzialmente i guadagni: il Brent viene scambiato a 78,80 dollari al barile (+8,28%), mentre il West Texas Intermediate (Wti) sale a 72,24 dollari (+7,79%).
Impennata anche per il gas naturale. Ad Amsterdam l’indice TTF segna in avvio un rialzo del 25% a 39,85 euro al megawattora, ai massimi da febbraio 2025, riflettendo l’aumento del premio di rischio legato alla crisi.
L’attenzione degli analisti è concentrata soprattutto sul possibile impatto di un’interruzione dei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Secondo un report di Goldman Sachs, gli indici di riferimento in Europa e Asia non avrebbero ancora pienamente incorporato il premio di rischio associato all’Iran.
Circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale (in gran parte proveniente dal Qatar) transita proprio da Hormuz. In caso di blocco per un mese, i prezzi europei e quelli spot asiatici del Gnl potrebbero salire fino al 130%, raggiungendo quota 25 dollari per milione di Btu, secondo le stime riportate da Bloomberg sulla base dei calcoli della banca d’affari.
Intanto diverse navi cargo starebbero evitando l’area, mentre cresce l’allarme per le ripercussioni sul commercio mondiale. Il greggio potrebbe spingersi verso la soglia dei 100 dollari al barile, nonostante le eventuali contromosse dell’Opec.
Diversa, invece, la prospettiva per gli Stati Uniti. Sempre secondo gli analisti, l’impatto sul gas naturale americano dovrebbe restare limitato: gli Usa sono grandi esportatori netti di Gnl e gli impianti di liquefazione operano già a pieno regime, con margini ridotti per aumentare ulteriormente le spedizioni.


