C’è un momento, nelle grandi storie di cronaca, in cui il fatto smette di appartenere solo a chi lo vive e diventa di tutti. Succede in fretta, spesso troppo. Ed è proprio lì che l’odio online trova spazio, si allarga, si normalizza.
È successo anche nel caso dei genitori di Claudio Carlomagno. Dopo il femminicidio della nuora e l’arresto del figlio, la loro vita è stata risucchiata dentro una narrazione pubblica feroce, continua, senza pause. Prima ancora che la tragedia si chiudesse, sui social era già partita un’altra storia: quella del giudizio collettivo.
Quando l’odio online smette di essere uno sfogo e diventa un ambiente
Sui social l’indignazione corre veloce, spesso più veloce del pensiero. Un commento tira l’altro, una frase diventa coro. Non serve conoscere le persone, basta sapere “da che parte stanno”. In questo clima, i genitori dell’uomo accusato del delitto non sono più stati visti come individui, ma come un’estensione del colpevole.
La criminologa Roberta Bruzzone ha parlato apertamente di linciaggio digitale. Non come metafora forte, ma come descrizione di un meccanismo preciso: la responsabilità individuale che


