Quei bambini che “bussavano sui vetri, battevano, chiedevano aiuto“, “l’attentatore che aveva già rimesso in moto il bus, perché aveva capito che stavano uscendo” e gli studenti che, nel frattempo, riuscivano finalmente a “saltare fuori”, dopo che “avevamo rotto dei vetri coi bastoni in dotazione”, mentre “il mezzo era già in fiamme“, e una volta in strada c’era “chi piangeva e altri di loro che gridavano ‘vittoria, ce l’abbiamo fatta’”. Così il maresciallo Roberto Manucci, comandante dei carabinieri di Paullo (Milano), e uno di quei “sei militari straordinari” che hanno salvato oltre 50 vite, ha raccontato come sono riusciti a portare via quei ragazzini dalla follia di Ousseynou Sy, l’autista che ha dirottato quel bus, “con due seconde medie che dovevano andare semplicemente dalla scuola alla palestra”.

“Quando la centrale ci ha dato l’informazione siamo usciti – ha raccontato Manucci, 49 anni, padre di due ragazzi più o meno della stessa età di quelli tenuti in ostaggio -. Arrivati sulla Paullese, io e un collega ci siamo adoperati subito per salvare i ragazzi che bussavano e chiedevano aiuto”. Poco prima l’autista del bus, come hanno spiegato anche il comandante provinciale dei carabinieri di Milano Luca De Marchis e il tenente Valerio Azzone, a capo della compagnia di San Donato, aveva già speronato due macchine dei militari che lo avevano “intercettato” all’altezza di Pantigliate dopo l’allarme dato da uno dei ragazzini. E poi più avanti “un’altra ancora gli ha sbarrato la strada”, anche se lui ha cercato di proseguire, di andare avanti fino a che il pullman non ha sbattuto contro un jersey. “Il mezzo era già in fiamme, mentre alcuni bambini erano ancora dentro“, ha spiegato De Marchis raccontando quei momenti drammatici.

Abbiamo azionato una manopola di sicurezza, altri colleghi hanno rotto i vetri coi loro bastoni in dotazione – ha raccontato ancora Manucci – e i ragazzi sono saltati fuori, mentre l’attentatore riprendeva la marcia perché aveva capito che stavano uscendo e a quel punto sono iniziate anche le fiamme”. Mentre l’autista “veniva immobilizzato” da altri militari, “la nostra priorità era capire se i bambini erano usciti tutti, perché il fuoco aumentava. Mi ha colpito – ha detto ancora – la forza di quei ragazzini che volevano solo uscire e salvarsi, noi avevamo ancora paura che qualcuno fosse rimasto dentro”. Una volta fuori, anche con “escoriazioni” perché erano saltati dal bus ancora in movimento, “qualcuno di loro piangeva, qualcuno gridava ‘vittoria’ dalla gioia”.