Il baraccone “gay pride” discrimina i poliziotti gay – Matteo Milanesi

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Per anni, la sinistra ha raccontato all’intero panorama politico di combattere in nome di una società più inclusiva, meno disuguale, più cosmopolita, contro un perdurante antirazzismo presentato da una destra analfabeta e formata da deplorables. Dalla Lega di Salvini all’exploit della Meloni, fino ad arrivare alla parentesi trumpiana, per il progressismo esiste sempre un avversario politico, o meglio, un nemico contro cui tacciare le formule di “xenofobo” o “omofobo”. Ed ecco che, in nome dei propri diritti, si abrogano le libertà altrui. Le battaglie sociali dell’altra “sponda” vengono criminalizzate, presentate come un vero e proprio pericolo per il tessuto democratico del Paese.

Il razzismo del Bologna Pride…

La nuova ondata di doppiopesismo radical ha trovato l’ennesima conferma a Bologna, dove sabato si terrà il “Bologna Pride 2022”. Secondo gli organizzatori, i partecipanti raggiungeranno quota 50mila persone: un trionfo di colori arcobaleni – ma di cuori rossi, col simbolo della falce e del martello – che sfilerà tutto il pomeriggio nel capoluogo dell’Emilia-Romagna.

Eppure, nonostante la solita favola contro l’odio e la discriminazione, non tutti gli omossessuali possono partecipare. Quella che, da fuori, sembrerebbe una libera manifestazione “in nome dei diritti”, si rivela essere ciò che è: la piazza dove si professa l’egemonia culturale, l’autoritarismo, il pensiero unico, in pura contrapposizione a tutto ciò che rappresenta la libertà e l’uguaglianza degli individui.

La Polis Aperta, infatti, associazione lgbt che rappresenta le forze di polizia e quelle armate, ha espresso il proprio sdegno “per le parole utilizzate dagli organizzatori del ‘Rivolta pride’ di Bologna, che hanno voluto escludere l’associazione e i propri associati dalla sfilata di sabato 25 giugno”. E ancora: “Le pratiche escludenti non ci appartengono, così come non ci appartiene il dileggio, la discriminazione, il pregiudizio che trasuda da certi toni. Questo odio non ci appartiene”.

Proprio così, alcuni omosessuali non possono partecipare a causa del proprio lavoro, considerato troppo razzista, di destra, politicamente scorretto. Ma la Polis Aperta non si ferma qui. In un comunicato sulla propria pagina Facebook, gli associati sottolineano la loro costante battaglia nell’affermazione dei diritti civili, del Ddl Zan, della legge Cirinnà, ma “le polemiche sterili non ci interessano, impieghiamo il nostro tempo per costruire ponti, non muri”.

Immediata è stata la risposta del Bologna Pride, che giustifica l’esclusione proprio per la “volontà di ribellarsi a tutti i sistemi di potere”, accusando le forze dell’ordine di essere un luogo condito da “maschilismo e machismo”. Insomma, si tratta dell’ennesima condotta anti-inclusiva, discriminatoria e fascista, sotto tutti i punti di vista. Sotto il primo profilo, proprio perché esclude persone in base dell’attività lavorativa esercitata; sotto il secondo, proprio perché, in stile squadrismo alla Forza Nuova, si decide autoritativamente chi può presenziare o meno nella piazza.

Cosa sarebbe successo se, in una manifestazione della Lega o di Fratelli d’Italia, i rispettivi leader avessero chiesto il lavoro, o meglio, la tessera del partito come condizione necessaria per partecipare ad una propria manifestazione? Anticipo subito: avremmo letto pagine e pagine di cultura pro-lgbt, favole alla “Piccolo Principe” in nome dell’antidiscrimazione, analisi sull’ondata omofoba che investe il nostro Paese.

…ma non è una novità

Il caso in questione si pone a poche settimane di distanza da un’altra polemica, questa volta tutta del Cremona Pride 2022. Alcuni manifestanti, infatti, sfilarono tra le vie della città lombarda, sorreggendo una Madonna sfregiata, a seno nudo, blasfema, oltre alla presenza di un partecipante abbigliato come Papa Francesco, in segno di disprezzo nei confronti della Chiesa Cattolica. Il caso suscitò clamore nazionale, tant’è che la stessa comunità lgbt – solo dopo qualche giorno – dovette prenderne le distanze e condannare il fatto.

L’uguaglianza ed i diritti dei gay trovano spazio solo a parole. Anzi, a livello pratico, pare proprio che la sinistra progressista, quella acculturata, radical e cosmopolita, persegua la strada opposta, quella tanto criticata e combattuta a colpi di schwa e calcel culture.

Chissà se, la prossima volta, le comunità arcobaleno – ricordiamolo: con un non tanto velato trucco di comunismo sopra – verranno a parlarci di parità di diritti. E menomale che la sigla dovrebbe scardinare gli stereotipi.

Matteo Milanesi, 23 giugno 2022

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