Il giorno che andammo ad Acquapendente , partimmo presto. Era da poco iniziato l’autunno, ma le caratteristiche della stagione di mezzo, tardavano a venire. Ci siamo fermati al lago. La superficie come un telo di velluto blu.

Al mattino le acque sono sempre calme e la vista che ci regala la riva bolsenese è un quadro che sembra esser stato dipinto da un manierista.

I contorni delle isole, sono talmente nitidi da poterne distinguere anche da lontano le protuberanze e gli avvallamenti.

Siamo andati a far colazione. Speravamo fosse aperto il bar coi tavoli direttamente sull’arenile.  La stagione era però terminata, e le saracinesche abbassate.

Ci siamo spostati poco in avanti, e un piccolo chiosco ci ha accolti.

Due cappucci e altrettanti croissant al cioccolato, tanto per render gustosa la giornata sin dal principio. Quattro chiacchiere col barista e una carezza al  cagnolone che ci scodinzolava cordialmente.

Siamo saliti nuovamente in macchina per raggiungere quella cittadina da cui eravamo passati qualche settimana prima per raggiungere Proceno. Ci siamo arrampicati lungo la Via Cassia  verso San Lorenzo Nuovo e ridiscesi verso la nostra meta.

Dopo aver percorso il lungo viale ombreggiato da grandi alberi, siamo entrati nella cittadina acquesiana e ci siamo trovati sulla destra la Concattedrale, visitata pochi giorni prima. Abbiamo parcheggiato la nostra auto, che oramai da anni ci accompagna nel nostro felice peregrinare e, sempre con letizia, abbiamo dato inizio al nostro giro nella bella Acquapendente.

L’ingresso del Palazzo Vescovile

Il selciato di Via Roma  ci ha condotti dinanzi al Museo della Città ospitato, in una delle due sedi, nel Palazzo Vescovile e che contiene quasi mille reperti che spaziano dalle ceramiche arcaiche e rinascimentali agli oggetti d’arte liturgica. Sono anche presenti anche preziosi dipinti e manufatti lapidei.

Come  già ricordato, a seguito della distruzione di Castro  e della bolla papale di Innocenzo X, datata 13 novembre 1649, la sede della diocesi venne sposata nel borgo di cui si narra. La comunità presente e le confraternite acquistarono il palazzo della famiglia Oliva e lo donarono al vescovo.

Nella costruzione, al primo piano, si trovano l’appartamento vescovile, l’archivio della curia, la biblioteca di quello che fu il seminario e molte opere d’arte. Destino diverso, invece, ebbe il piano terreno in cui erano collocate le carceri. E’curioso, ma sulle pareti delle stesse è possibile leggere le testimonianze che vollero lasciare i detenuti che scontarono lì le proprie pene: la storia di poveri uomini, se non altro per via del destino che li segnò, scritta sui muri.

La storia di Acquapendente, invece, parte molto più da lontano, sebbene le testimonianze ritrovate e relative alle civiltà etrusca e romana, appartengano soltanto ai territori circostanti.

Quella che è stata definita nel tempo come Aquesium, Acula, Aquula, Aquae Taurinae, Arisa, Aquapendens, tutti nomi che fanno riferimento alla presenza di acque, porta nel suo stemma un leone rampante che sta a indicare un popolo indomito e vittorioso.

Il nucleo urbano nacque da un borgo che si venne a formare attorno alla Pieve di Santa Vittoria, negli anni a cavallo tra l’ 800 e il 900. Questo, era posto lungo la Via Francigena, la strada che collegava la Francia e i territori dell’Europa centrale con Roma e con i porti  da cui ci si imbarcava per raggiungere  la Terrasanta, meta ultima dei pellegrini.

Le prime notizie ufficiali di questo che ora è un grande borgo, si hanno grazie a un documento del 964, dove si menziona una roccaforte in cui l’Imperatore Ottone I fu ospitato per un breve periodo.

Anche nel contesto acquesiano, si inserisce la figura della Granduchessa Matilde di Canossa, che donò tutti i suoi beni alla Chiesa, facendo entrare Acquapendente nel Patrimonio di San Pietro.

Le sue sorti passarono per le guerre con Orvieto, che avvennero anche a causa della sua posizione strategica tra Marchesato di Toscana e Stato della Chiesa.

Nel 1200, il borgo era disteso sulle due piccole colline poste l’una di fronte all’altra e separate dal Torrente del Rivo che tagliava la valle sottostante.

Volendo immaginare l’antico abitato, avremmo visto sul lato destro l’abbazia del Santo Sepolcro, il castello e un piccolo borgo fiorito attorno alla chiesa di Santa Maria mentre, alla sinistra, esisteva un ulteriore abitato, più esteso, che si allungava dalla Pieve di Santa Vittoria ai colli, e terminava su di un poggio alla cui base vi era la porta che guardava verso Siena.

Dalla porta stessa passava la Via Francigena che, dopo aver attraversato il borgo, usciva per quella che conduce a Roma. Il tracciato, venne poi modificato a seguito del leggendario Miracolo della Madonna del Fiore (avvenuto nel 1166), che vide i cittadini ribellarsi alla dominazione imperiale posta da Federico Barbarossa.

Il suo castello venne distrutto e la strada seguì la via più comoda, che iniziava da Porta della Ripa e terminava a Porta Romana.

La Porta della Ripa

Dopo esser passata per le lotte con la vicina Orvieto, per quelle tra il Papato e l’Impero,  Acquapendente cominciò a riacquistare i diritti di autogoverno nel momento in cui la sede papale fu di nuovo Roma, dopo la cattività in terra d’Avignone.

Nella metà del XVI secolo, la cittadina, come avvenne per le altre che erano parte del Patrimonio di San Pietro, perse parte dei privilegi di cui godeva.

Fu però un periodo in cui videro la luce gli eleganti palazzi ancora oggi visibili nella piazza principale e nelle vie più importanti, come il già menzionato Palazzo Vescovile e il raffinato Palazzo Viscontini.

Tramontata l’epoca rinascimentale, Acquapendente visse momenti piuttosto difficoltosi, che si accentuarono anche a causa della guerra che vide come scenario la città di Castro; subì i saccheggiamenti delle truppe di Odoardo Farnese prima e dell’esercito papale poi.

La vera crescita, il borgo, la conobbe con il XIX secolo, soprattutto dopo l’annessione al Regno d’Italia. Fu riedificato il Palazzo Municipale, vennero costruite le carceri, fu sistemata la Piazza di Sant’Agostino e  restaurate sia la torre dell’Orologio che quella del Barbarossa. Anche fontane  e lavatoi andarono ad arricchire la cittadina che, fino al 1927, era ancora interamente contenuta da mura.

Stava scendendo la sera, e con essa stavano scendendo anche i gradi, costringendoci ad accelerare il passo per riscaldarci un po’. Prima di dirigerci verso quella che consideriamo la parte più ricca del paese, abbiamo deciso di esplorare la zona che ci è stata indicata come la più antica. Non abbiamo trovato in essa, almeno apparentemente, edifici di pregio, ma soltanto tante meravigliose e semplici casette in tufo.

Le strade portano in salita fino alla lunga Via Oriolo, dalla quale si ammira il paese che si distende nella piccola valle.

Siamo ridiscesi tramite una ripida scalinata verso le belle e luminose vie dell’elegante centro. Non abbiamo seguito un percorso ben definito, o meglio, abbiamo camminato a lungo senza una meta e ora, i ricordi che mi restano, ritrovano spazio in quel cassetto di cartoline a colori che conservo nella mia mente.

Gli interni della Chiesa di Sant’Agostino

Su di un largo sorge, dal 1290, la Chiesa di Sant’Agostino, realizzata in stile gotico e dall’austera facciata in mattoni di tufo: ad essa, era annesso anche un convento, nel cui chiostro  è possibile notare l’autenticità dei caratteri cinquecenteschi. A seguito dell’incameramento da parte dello Stato dei beni della Chiesa, divenne in un primo momento sede di un comando militare poi, nei primi anni del XX secolo, fu sede della scuola elementare del paese.

Anche a un occhio poco attento, è visibile l’antico portale, che venne chiuso e ridimensionato nel corso del ‘500. Oltre due secoli dopo, nel 1746, all’interno della chiesa si scatenò un violento incendio, causato probabilmente da una candela lasciata accesa. La struttura fu devastata e subì ingenti danni, tanto che dovette esser ricostruita, seppur parzialmente: ecco il motivo per cui oggi ne ammiriamo lo stile barocco.

Il soffitto è a volta e ai lati si aprono sei cappelle. Un grande arco trionfale delimita il presbiterio, cui si accede salendo tre scalini in pietra.

Il campanile, di fattura più recente, è sormontato da un’originale cupola a bulbo uscita dalla matita dell’architetto riminese Guglielmo Meluzzi, che si fece conoscere nel periodo che seguì l’Unità d’Italia.

Palazzo Viscontini

Abbiamo proseguito per le piane  vie del centro, fino a giungere dinanzi a Palazzo Viscontini, altra gemma dello scrigno acquesiano, che deve il suo nome a Monsignor Antonio Viscontini  che, nel 1581, lo commissionò a Ippolito Scalza di Orvieto.

L’edificio ha un carattere imponente che cattura immediatamente l’occhio: esso presenta una facciata bugnata e ricca, specie nella parte riguardante il primo piano, che si fa meno accentuata salendo verso il piano nobile, nonostante le finestre presentino timpani e architravi. L’ultimo piano, invece, risulta più basso e dalle finestre semplicemente incorniciate.

Sopra l’alto portone d’ingresso, si nota lo stemma di famiglia. Egidia Viscontini, nipote di Monsignor Antonio, lo ricevette in eredità. Successivamente il grande ed elegante stabile passò alla famiglia Benci, il cui nome, è inciso su di un architrave all’interno di una delle sale.

Nei secoli che seguirono passò in mano a diverse famiglie, fino a quella attuale, i Cordeschi. Il palazzo, al suo interno, si fregia di un grande giardino in cui  nel 1871 venne costruito un anfiteatro in legno e muratura dedicato a Girolamo Fabrizio, medico nato ad  Acquapendente e vissuto nel ‘500. Esso aveva una capienza massima di 800 spettatori e contava sette palchi. La disposizione di tre di essi dinanzi al palcoscenico, andava a formare la galleria della Sala del Caffè.

E proprio all’illustre personaggio, è stata intitolata la piazza su cui campeggia il meraviglioso palazzo in cui ha sede l’Amministrazione Comunale.

In realtà il vero nome  era Girolamo Fabrici d’Acquapendente e lì nacque nel 1533, da una famiglia di nobili origini. Per motivi legati allo studio, si trasferì a Padova nella metà del XVI secolo. Al centro della piazza si erge una bellissima statua che lo rappresenta come se fosse nell’atto di render note al suo pubblico le proprie scoperte, effettuate durante la sua professione di anatomista.

Il Palazzo del Municipio

Il Palazzo del Municipio, invece, fu edificato alla fine del XIX secolo nell’area in cui precedentemente vi era il vecchio palazzo. In stile neoclassico è firmato anch’esso dall’architetto Guglielmo Meluzzi.

La piazza è delimitata da palazzi risalenti al XVI secolo: Palazzo Petrucci Piccioni, Palazzo Benci Caterini e Palazzo Savini Costantini.

La piazza, durante quel pomeriggio era straordinariamente viva. Gente del posto, turisti e i pellegrini che percorrono abitualmente l’antica Via Francigena, e che amano sostare nei bei comuni che si incontrano.

Il vociare delle persone era deviato dal vento di tramontana che aveva iniziato a spirare. In estate lo gradisco, anche se non accolgo di buon grado lo scompiglio dei capelli. In autunno, quando il clima inizia a farsi più rigido e le folate  più fredde, avverto un profondo fastidio: sembra che la pelle si spacchi se sottoposta a quell’aria tagliente.

Abbiamo ripreso a girovagare, senza una meta, e forse in tondo, magari passando due volte negli stessi luoghi e perdendo la visione di altri, come se fossimo confusi dal turbinio di immagini che ci si paravano dinanzi.

Il viaggio sta per finire, e questo pensiero, a volte, mi spinge ad abbandonare le scelte razionali che sono solita praticare. Ci siamo trovati di fronte a una fontana, dalle fattezze estremamente gradevoli.

La Fonte del Rigombo

La Fonte del Rigombo, il cui nome deriva dal latino “recumbere”, ossia riposarsi, costituiva la prima stazione di servizio entrando dalla Porta del Santo Sepolcro. Attualmente è conosciuta come fonte “dei Mascheroni”, ossia maschere grottesche che vennero poste attorno alle cannelle. Questa non è certo l’unica del borgo, dato che esso è conosciuto proprio per la ricchezza delle acque dovuta alla presenza del Fiume Paglia e di torrenti.

Tornando verso il parcheggio coperto, in cui avevamo parcheggiato la nostra automobile, ci siamo imbattuti nella bella e spaziosa piazza che accoglie la Chiesa di San Francesco, un tempo conosciuta come Chiesa di Santa Maria e consacrata nel lontano 1149. Il tempio sacro faceva parte di un  monastero che, fino a qualche decennio fa, era abitato dai frati minori.

La Chiesa di San Francesco

La facciata, sfacciatamente umile e affascinante, è fortemente contraddetta dagli interni chiari, in cui sono presenti quattordici statue di santi, che risalgono al 1751: queste rappresentano gli apostoli e i santi Giuseppe e Giovanni Battista. In fondo alla chiesa, oltre il presbiterio, una leggiadra bifora, ci ha richiamato all’antico degli esterni.

Era ora di andare… stavamo chiudendo un altro confine, quello a Nord. L’ultimo elemento storico in cui ci siamo imbattuti, è stata la Porta della Ripa, collocata lungo una discesa che, uscendo dal paese, conduce in aperta campagna.

Dopo la ribellione dei cittadini, avvenuta nel 1166, un nuovo tracciato venne segnato. Questo passava per il centro del nuovo nucleo abitativo. Ad Acquapendente si accedeva proprio da questa porta e subito dopo l’ingresso, si era accolti dal Borgo delle Osterie, che era compreso tra la porta e la Chiesa di San Francesco, dove vi erano locande e alloggi di vario tipo.

Il nome della porta, lo si evince da Paolo Biondi che descrisse la terra di Acquapendente nel XVI secolo e, narrando le sei porte della città,   ricordò che “ quella dove s’entra venendo verso Siena, si chiama Ripa”.

Immaginando il borgo immerso nel basso medioevo, con le sue locande, le sue osterie, i pellegrini e le chiese, siamo tornati verso il parcheggio e, lentamente, ce ne siamo andati.

Stavamo salutando il nord della Tuscia, la terra di frontiera, protesa verso la provincia di Siena.

Il racconto di questa terra, è quasi concluso, ma abbiamo lasciato per ultimi dei veri gioielli che non vedono l’ora di risplendere.

 

Fonte: viterbox.it

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