Toccato quasi completamente dalla Toscana, il piccolo borgo di Onano, paesino di neanche mille anime, è dolcemente disteso su una collina alta poco più di 500 metri.

Il giorno in cui lo abbiamo raggiunto, la nostra stella aveva deciso di regalarci una delle sue ultime e sfolgoranti apparizioni. A quella giornata limpida ne sarebbero seguite molte fredde e piovose, immergendoci, contro la nostra volontà in un inverno prematuro.

Il lago ci ha fatto compagnia per un’ampia manciata di minuti. In realtà, abbiamo descritto un cerchio irregolare attorno ad esso, avendo percorso due diverse strade tra andata e ritorno.

Onano ci è apparso dall’alto, mentre scendevamo provenienti dal Passo della Montagnola, dal quale si gode la rigogliosità dei boschi, la ricchezza delle terre sottostanti e le profondità azzurre del lago.

Una macchia marrone tra il verde brillante della vegetazione. Un’enorme pietra di tufo in quella valle che, attraversata dal Fiume Paglia, congiunge l’ultimo lembo di Lazio alla Toscana.

Panorama di Onano

Nel corso della vita, non mi era capitato mai di fermarmi in questo piccolo abitato, lo avevo soltanto sfiorato, magari nelle domeniche in cui, da ragazzi, non si sapeva dove andare e si facevano chilometri e chilometri in macchina.

Cinque sono le figure che mi vengono in mente quando penso a Onano: le lenticchie, un papa, una donna bellissima, i briganti e un tessuto.

Man mano che ci spostavamo per il borgo, queste figure si facevano reali.

Ho rivolto lo sguardo verso il basso, mirando gli ampi campi lavorati che sembravano promettere bene.

Onano, infatti, la conoscevo anche per via della famosa lenticchia doc, coltivata nei terreni limitrofi e particolarmente saporita.

Questo illustre legume, dalla forma pari a piccole pepite dalla superficie opaca, ha una storia che viene da molto lontano. Se ne parla in un antico statuto del XVI secolo in cui si redarguiscono coloro che saranno sorpresi a danneggiare o ad appropriarsi delle piante da cui nasce. Nel corso del tempo, esse sono comparse in documenti che ne attestano la vendita e il consumo anche presso la corte pontificia.

I grandi riconoscimenti arrivarono poi, quando il prodotto venne presentato ed esportato all’estero, addirittura oltreoceano, fino a Buenos Aires.

Sembra, però, che il seme originale sia quasi del tutto scomparso, se non fosse per un singolo produttore che lo detiene.

Non appena siamo giunti alle pendici del comune dell’Alta Tuscia, un cartello in metallo ci ha informati che stavamo entrando nel paese di Lina Cavalieri, celebre cantante nata alla fine del XIX secolo e in voga durante la Belle èpoque,  conosciuta come la donna più bella del mondo. Lina non era nativa di Onano, fu la sua mamma che vide i natali in queste terre. Di famiglia umile, conobbe ben presto il successo e venne corteggiata da imprenditori e nobiluomini. Passò ad altra vita rimanendo vittima dei bombardamenti su Firenze, città in cui trascorse i suoi ultimi anni, l’8 febbraio del 1944.

Palazzo Monaldeschi

Il vociare di alcune persone, mi ha attratta. Un bar, di fronte alla bella piazza in cui svetta imponente il magnifico Palazzo Monaldeschi, detto anche Palazzo Madama, incarna il luogo in cui gli uomini del paese scambiano due chiacchiere.

Gente certamente affezionata al posto in cui è nata e di cui, da quel che posso immaginare, va giustamente orgogliosa.

Lo stabile è stupefacente. Le sue dimensioni sorprendono, soprattutto se confrontate a quelle della piccola piazza su cui è collocato.

La visione di quel palazzo ci ha immediatamente convinti che la storia del paese era sicuramente lunga e, con ogni probabilità, gloriosa.

La zona, di origine vulcanica, costituì sin dal momento in cui furono possibili le condizioni per la vita, un ottimo ambiente per persone e animali che vi si stanziarono.

Umbri ed Etruschi, furono i primi popoli che conobbero il territorio: i primi coniarono il nome di questo lembo di regione laziale, Tuscia.

Nonostante la sua posizione marginale, la cittadina fu ugualmente inserita nel sistema della civiltà etrusca. I ritrovamenti testimonierebbero l’esistenza di un piccolo centro abitato e tracce di ulteriori piccoli abitati formati da pastori e contadini. Dopo alcuni secoli i Romani occuparono i territori che vennero suddivisi in quattro gruppi presenti nel pagus onanese. Questi poi divennero borghi, o anche detti castelli, che dettero origine al paese.

Sebbene imperassero i Romani, i progenitori degli onanesi mantennero i propri usi e la loro lingua d’origine, quella etrusca.

Nei quattro borghi, dopo l’evangelizzazione avvenuta successivamente all’Editto di Costantino, sorsero quattro piccole chiese, che andarono a sostituire dei tempi pagani.

Sembra che esse furono distrutte durante l’assedio posto dal re barbarico Odoacre, sebbene alcune fonti dicano il contrario, data la buona disposizione del re verso il Cristianesimo.

Durante le guerre goto-bizantine, avvenne la prima delle distruzioni del borgo, che fu oltraggiato dai continui passaggi delle popolazioni provenienti da nord che si dirigevano verso Roma.

La cittadinanza provò comunque a opporsi, e il borgo di Castelvecchio, allora fortificato,  divenne protagonista della resistenza.

Attorno al 550, si inizia a parlare del Castello di Onano, situato su un’altura del monte. La rocca ospitava la popolazione provata dalle continue invasioni. Nella parte inferiore, detta “Monticello di San Giovanni” fu eretta la prima pieve, ossia la chiesa di riferimento, quella in cui si poteva officiare il sacramento del Battesimo, dedicata a San Giovanni Battista.

Le terre onanesi fecero parte della Toscana Longobarda, feudo della Granduchessa Matilde di Canossa, che nel 1077 donò il suo patrimonio a Papa Gregorio VII. Agli albori del XII secolo, Pasquale II denominò le terre come Patrimonio di San Pietro in Tuscia.

ll periodo del feudalesimo vide avvicendarsi varie famiglie, tra cui gli Aldobrandeschi e i Conti di Montemarte. Passò per le lotte tra i Guelfi e i Ghibellini, fu ostaggio di Orvieto, per tornare, nel XIII secolo sotto il dominio di Roma.

E’ bene abbandonare per un po’ la narrazione della lunga storia onanese, per soffermarci sull’imponenza del palazzo che, attualmente, ospita il Municipio.

Osservando la facciata, si rimane impressionati. Oltre all’ampiezza e all’austerità della stessa, la cosa che più colpisce è l’incorrotta bellezza.

Una doppia scala conduce alla porta principale. Verso sinistra è collocata un pozzo, mentre sotto, il busto di Papa Pio XII, il pontefice che traghettò la Chiesa durante l’inferno della Seconda Guerra Mondiale.

Soffitti a cassettoni

Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, dei Principi di Acquapendente, vide la luce a Roma, il 2 marzo del 1876 e salì al Soglio di Pietro nel 1939. Morì diciannove anni dopo, nel 1958 all’età di 82 anni.

Il nonno di Papa Pacelli, Marcantonio, nacque a Onano  nel 1804 e ottenne i titoli nobiliari da Papa Pio IX, l’ultimo Papa Re, come ricompensa per averlo seguito a Gaeta in conseguenza all’instaurarsi della Seconda Repubblica Romana, successiva ai moti del ’48.

Fin quando non fu nominato, e siamo nei primi anni ’30, Nunzio Apostolico in Germania, nel Land del Baden, il futuro pontefice, amava trascorrere le estati in quella che era la terra da cui venivano i propri antenati.

Soggiornava nel nobile palazzo che, come abbiamo scoperto poco dopo, era ancora una proprietà privata. Difatti, nel 1939, quando fu eletto papa, i proprietari di quelle stanze, vollero far scolpire un’epigrafe in cui venisse ricordato l’illustrissimo ospite. Pio XII accettò, a condizione che gli facessero leggere ciò che l’iscrizione avrebbe riportato.

Si dice che il papa la corresse a tal punto da risultare completamente uscita dalle sue mani.

Epigrafe di Pio XII

Inconsapevoli della fortuna che ci stava capitando, ci siamo avvicinati al portone d’ingresso. Siamo saliti verso quello che viene considerato il “piano integro”, e ci siamo immersi nel racconto che avvolge l’antica struttura.

Il maniero è sorto ampliando alcune torri di avvistamento che risalgono all’ ‘800. Nel XIII secolo il palazzo iniziò ad espandersi, per merito della famiglia dei Monaldeschi della Cervara.

La dinastia, di origine germanica, fondata da Monaldo, forse appartenente ai conti d’Angiò, si stabilì a Orvieto. Potevano distinguersi in essa quattro rami, riportati sui rispettivi stemmi (il cervo, l’aquila, il lupo e la serpe). Due di questi si stabilirono nell’aretino, mentre gli altri due nell’orvietano. I Monaldeschi della Cervara  dominarono a sud dell’Orvietano in territori appartenenti alle cittadine di Bagnoregio, Bolsena e Onano, dove rimasero fino alla metà del ‘500 quando, una sommossa popolare appoggiata dal papa, li cacciò.

Da allora, quattro generazioni appartenenti al casato degli Sforza di Santafiora si succedettero. Anch’essi  promossero ampliamenti al palazzo prima di riporre le chiavi alla Chiesa.

Un altro personaggio, stavolta lontano dalla nobiltà, dimorò nel vecchio maniero, divenuto un raffinato palazzo.

Accadde che, nel porto di Civitavecchia, appartenente allo Stato Pontificio, compì naufragio la nave di un certo Denham, mercante irlandese.

L’uomo d’affari intentò una causa allo Stato della Chiesa, e come risarcimento ottenne il Feudo di Onano e di Proceno.

All’irlandese piacque così tanto quest’alta parte della Tuscia che portò con sé anche la moglie e la figlia, più tardi sposa di un dentista francese, tale Bousquet.

E nel magnifico stabile trovarono dimora i discendenti dell’uomo d’oltralpe fino al secondo dopoguerra, quando venne venduto e, se vogliamo, profanato.

Ci è stato spiegato, difatti che la costruzione era avvenuta utilizzando la tecnica “a sacco”, in buona sostanza all’interno delle intercapedini vi era del materiale isolante. Quest’ultimo venne poi estratto affinché i nuovi abitanti  potessero scaldarsi.

Vista di Onano dalla terrazza

La caratteristica morfologica del comune dell’Alta Tuscia, che corrisponde all’alta collina, fa sì che gli inverni siano decisamente rigidi. Questa fu la ragione che, in tempi in cui l’agio non era cosa comune,  si dovette ricorrere a quei materiali che oltre a proteggere le mura dal freddo, sostenevano le stesse.

Nel ’90, come ci è stato spiegato dal gentilissimo sindaco Giovanni Giuliani, che amministra il borgo quasi ininterrottamente da trent’anni e che è stata la voce narrante durante la nostra visita, il Comune ne è divenuto proprietario per usucapione e sono iniziati i lavori di ristrutturazione.

Gli interni del palazzo, mantengono le promesse fatte da ciò che appare appena la vista raggiunge l’edificio: soffitti a cassettoni originali del ‘200, in cui sono impressi gli stemmi delle famiglie, imparentate o alleate ai Monaldeschi della Cervara, architravi su cui spicca il nome di Enrico Sforza dei Santafiora, che volle celebrare le proprie e illustri origini con dipinti raffiguranti antiche battaglie.

Come spesso accade, quando non si comprende, o si è impossibilitati a farlo, il valore storico e artistico delle strutture che ci troviamo di fronte, alcuni elementi di pregio sono stati rovinati o perduti nel tempo. Ad esempio gli autentici gradini sostituiti con altri, meno preziosi, in tufo, oppure le pavimentazioni originali di alcune stanze, che vennero destinate a essiccatoi per le messi, deteriorate a causa dei continui sfregamenti perpetuati per girare il grano.

Alle pareti alcuni quadri che illustrano paesaggi non allineati con le nostre terre. Se dovessi scegliere delle tonalità per connotare il nostro territorio, opterei per il giallo paglierino o, al limite, per l’ocra. In questo lembo di Lazio un tempo appartenente allo Stato Pontificio, e separato dal Granducato di Toscana da un fosso che scorre al di sotto dell’abitato, la campagna che impera su tutto, ha questo colore.

Nei quadri, invece, prevale il blu, e in generale i colori dalle tonalità fredde, che nell’immaginario comune si fondono con i panorami nordeuropei.

Il Denham, di cui abbiamo discorso qualche riga sopra,  fece dipingere queste opere per omaggiare la propria consorte, nostalgica della terra che aveva lasciato.

Un’altra curiosità rende il territorio onanese particolarmente prospero.

Sembra che questo signore avesse impiantato delle piccole aziende in cui si faceva uso di telai per la produzione di tessuti.

Chissà se l’amato e arcinoto jeans  vide la luce proprio a Onano?

Interni del palazzo

Il giro è continuato per le preziose stanze. In una abbiamo apprezzato dei dipinti, scampati all’enciclica papale che volle coprire le membra esposte, nell’altra, nella piccola cappella in cui il papa pregava, abbiamo respirato la sacralità.

Abbiamo apprezzato poi gli stemmi dei Monaldeschi della Cervara contenenti la rosa, simbolo del riconosciuto servigio alla Chiesa e quelli che raffiguravano i gigli, uno in più rispetto ai Farnese (che dominavano i territori confinanti). Il numero fa pensare all’imparentamento con i d’Angiò, gloriosa dinastia francese, di cui i Monaldeschi sarebbero discendenti.

Il momento più emozionante lo abbiamo vissuto sulla panoramica terrazza chiamata delle tre regioni e delle cinque province. Battuti dal vento, con i capelli ancora una volta scompigliati, abbiamo accarezzato con lo sguardo la vetta del Monte Amiata, Radicofani, Castell’Azzarra, e le colline del ternano e del perugino. E i boschi, quei boschi nei quali intorno alla metà dell’ ‘800 si muoveva il feroce brigante Fortunato Ansuini.

Vista dalla terrazza

Abbiamo ridisceso le scale, ci siamo fermati in piazza Monaldeschi il tempo necessario per ammirare, una volta ancora quello che rappresenta il simbolo di questo sorprendente borgo pieno di storia.

Una storia che lo vide facente parte del Comune di Orvieto, poi assoggettato a Farnese, ai Monaldeschi, agli Sforza, elevato a Ducato grazie al matrimonio di Mario II Sforza con Renata di Lorena.

Gli eventi coinvolsero poi, come già ricordato,  i Denham, con la loro venuta nel 1769 e i Bousquet.

Ci siamo incamminati per i vicoli del borgo, curati e pittoreschi, fino a raggiungere una chiesa dalle fattezze moderne, la Chiesa di Santa Croce, completamente ricostruita negli anni ’50, in seguito ai bombardamenti avvenuti nel 1944. Non abbiamo avuto modo di visitarla, le sue porte erano serrate.

Chiesa di Santa Croce

Passi leggeri ci hanno accompagnati verso la nostra automobile, che avevamo lasciato nella piazza principale, proprio al di sotto di quella residenza che ha resistito, imperterrita, allo scorrere dei secoli.

Lentamente, ce ne siamo andati, risalendo la strada che ci avrebbe accompagnati a casa. Ci siamo fermati sul ciglio della provinciale, incantati dagli strati neri come la pece delle cave di lapilli.

Ci siamo introdotti in una stradina, i cui margini erano invasi dalla vegetazione.

Piccole gocce di pioggia iniziavano a cadere, imperlando i nostri volti. L’aria s’era fatta fredda. L’inverno stava anticipando il suo arrivo.

 Per prenotare visite presso Palazzo Monaldeschi, comporre il seguenti numero: Tel. 0763 78021. Oppure scrivere all’indirizzo mail: segreteria@comune.onano.vt.it

Fonte: viterbox.it

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