Il Direttore del Centro Nazionale Trapianti ha confermato che la definizione di un protocollo nazionale per il trapianto di utero è vicina alla conclusione. Prima che entri nella prassi medica, però, serve confermare l’esito favorevole dell’intervento e l’esito positivo della gravidanza e del successivo parto con un cesareo.

È realtà. Anche l’Italia oggi effettua il trapianto di utero. L’iscrizione all’elenco dei paesi del Mondo che praticano in sicurezza questo delicatissimo intervento è avvenuta nell’agosto del 2020 a Catania.

Qui un team di esperti dell’Ospedale Cannizzaro portò a termine il primo pioneristico trapianto sulla giovane Albina Verderame, una ragazza di nemmeno 30 anni affetta dalla sindrome di Rokitanskyrara patologia congenita che l’aveva costretta senza organo fin dalla nascita.

Il trapianto fu un successo, e non solo perché Albina ora sta bene ed è pronta a iniziare la sua prima – storica – gravidanza. Per capire la portata dell’intervento devi ricordarti anche del momento storico in cui fu eseguito.

Era l’estate del primo lockdown, la pandemia sembrava averci concesso una boccata d’aria e non sapevamo – o forse non volevamo credere – che dopo la prima ondata ne sarebbe arrivata una seconda, poi una terza e una quarta.

Sapevamo, però, la pressione enorme che stava esercitando sul nostro sistema sanitario. Il Covid aveva la precedenza e il resto si era praticamente bloccato. Dopo le donazioni di sangue e i ritardi negli screening e nelle diagnosi oncologiche, anche l’universo dei trapianti di organo si è ingolfato.

Un’indagine condotta in 22 Paesi appartenenti a quattro continenti presentata al Congresso dell’European Society for Organ Transplantation e pubblicata su Lancet Public Health ha fotografato la drammaticità della situazione confermando che durante la prima ondata il numero degli interventi per l’impianto di organi, nel mondo, si è ridotto di un terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Eppure, l’intervento che ha regalato ad Albina un utero è andato in porto. “Nonostante il calo delle donazioni per i trapianti e la riduzione di tutte le procedure di valutazione anche ambulatoriale delle pazienti potenzialmente candidabili: è stato un grande successo”. 

Per il direttore del Centro Nazionale Trapianti Massimo Cardillo, però, il risultato è eccezionale anche per diversi altri motivi: “Il primo trapianto di utero in Italia testimonia l’effaccia della nostra rete sul versante donativo e su quello trapiantotologico. E il fatto che sia avvenuto in Sicilia, che da sempre ha qualche difficoltà in più con le donazioni, dimostra invece che la Regione sa essere performante in questi programmi di punta.

Quello che ha visto protagonista Albina Verderame rientra all’interno di un protocollo sperimentale approvato nel 2018 che prevedeva un percorso di 3 anni con il trattamento di 2-3 pazienti ogni anno e un duplice obiettivo: l’esito favorevole del trapianto e l’esito positivo della gravidanza e del parto con un cesareo.

Ad oggi, però, solo un intervento è stato portato a termine e siamo in attesa, fiduciosi, che per Albina Verderame arrivi il primo figlio.

Il motivo“C’è stata difficoltà nell’individuare donatrici compatibili perché i criteri sono abbastanza restrittivi – ha spiegato il dottor Cardillo – La donatrice, per esempio, deve avere tra i 18 e i 40 anni e ci deve essere sempre il consenso o espresso in vita oppure firmato dalla famiglia”. 

Con il primo trapianto di utero, la Sicilia ha dimostrato di essere performante in questi programmi di punta

Dott. Massimo Cardillo, Direttore Centro Nazionale Trapianti

Anche identificare un ricevente adeguato in grado di poter ottenere l’organo non è stato facile. La situazione a volte non si è sbloccata perché sono stati riscontrati anche problemi di compatibilità immunologica donatore-ricevente ha spiegato Cardillo: “Se la paziente è immunizzate e ha anticorpi anti-Hla, per esempio, è più difficile trovare un donatore compatibile”. 

La lista d’attesa oggi c’è ed è aperta ma riguarda un unico centro, ovvero quello di Catania che è l’unico autorizzato, e ad oggi è consistente, con circa 16 pazienti.

Per sbrogliare questa situazione, secondo il direttore del Centro Nazionale Trapianti, servirebbe un programma nazionale per il trapianto di utero. “È la prospettiva futura: un programma nazionale al quale partecipino più centri con i requisiti qualitativi e strutturali per portare avanti programmi di questi tipo e in grado quindi di aumentare il numero di trapianti effettuabili”. 

Non siamo tanto lontani dalla sua definizione. Cardillo ha spiegato che sono già state raccolte alcune richieste di adesione da parte di diverse strutture ospedaliere e anche la bozza del protocollo è molto avanzata. “Credo, quindi, che si tratti di aspettare ancora qualche mese al massimo”.

Questo però non significherà luce verde. Prima di poter considerare di trapianto di utero come procedura di routine bisognare comunque superare la fase sperimentale, che significa portare a termine con successo almeno una decina di interventi prima, coronati da una gravidanza.

Una cosa però resta certa. Il trapianto di utero in Italia procederà con il prelievo dell’organo da donatore deceduto e non da vivente. Come successo per Albina Verderame. “Si tratta ancora di una terapia sperimentale e serve perciò prudenza anche verso il donatore – ha concluso il direttore Cardillo – È chiaro che se il trapianto viene fatto da deceduto si preleva un organo senza alcun rischio per il donatore. Con un trapianto da vivente il discorso cambierebbe: per quanto la procedura fosse sicura, avrebbe comunque dei rischi che, allo stato attuale, non riteniamo necessari”. 

 

Fonte: .ohga

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