I campi scorrevano ai lati della strada, e le grandi rotoballe che regalavano ogni sfumatura possibile del loro ovvio color paglierino, variando la propria tinta a seconda dell’intensità della luce, erano morbidamente adagiate su di essi.

Mancavano due giorni al mio compleanno, che cade quando nel cielo splende il cosiddetto solleone. Per antonomasia, e non soltanto, in quel periodo i giorni sono i più caldi dell’anno.

Quella domenica no. Il cielo era funestato da enormi cumuli, che si muovevano velocemente spingendosi da ovest. In realtà, un po’ di fresco in estate, quel tanto che basta  a spezzare l’aria torrida delle nostre latitudini, non mi è mai dispiaciuto.

Ci eravamo fermati, dopo aver visitato Arlena di Castro, ad osservare le stratosferiche pale eoliche che svettano su quell’altopiano, mostrandosi a gran parte della Tuscia.

Nel silenzio di quella strada poco transitata, il sordo rumore provocato dai rotori, sembrava cantare  una nenia.

Ci siamo trattenuti il tempo necessario a scattare un paio di foto e ad assaporare l’attesa che ci pervade ogni volta che stiamo per giungere in un nuovo borgo.

Veduta di Piansano dall’alto

Piansano è un piccolo comune in cui vivono poco meno di duemila abitanti, incastonato tra le campagne della Maremma Laziale e il Lago di Bolsena, dal quale dista circa dieci chilometri.

Il suo territorio è attraversato da quel torrente, l’Arrone, che nascendo dal vicino Monte Cellere, attraversa diversi comuni della zona, per segnare, prima di gettarsi nelle acque del Mar Tirreno, il confine naturale tra Tarquinia e l’antichissima Vulci.

Siamo arrivati percorrendo una discesa piuttosto ripida e oscura, in cui le fronde degli alberi costituiscono una volta naturale. Piansano ci ha mostrato la sua faccia più antica, con le abitazioni arroccate sulla rupe.

Non conoscevo questo borgo, se non per esserci casualmente passata. Di esso avevo impressa la via principale, in cui avevo notato la scuola e i negozi, il viale alberato e i palazzi dallo stile piuttosto moderno.   Non ne conoscevo, invece, l’anima e la storia, che ho avuto modo di approfondire successivamente.

Durante la nostra passeggiata ci siamo imbattuti in un piccolo gruppo di persone che scambiavano due chiacchiere, approfittando della frescura del momento.

Non erano piansanesi a pieno titolo, hanno semplicemente scelto di vivere lì, in quel piccolo paese che, a loro dire, regala quella tranquillità che  è mancata loro, avendo trascorso la propria vita in grandi città.

Nei racconti, non sono emersi nomi di Papi o di Signori che hanno reso il borgo un illustre comune. L’aneddoto che più ci ha incuriositi, è stato invece quello che ha determinato e determina l’inflessione dialettale degli autoctoni.

Nella vicina Canino, come abbiamo già ricordato, si stabilì, da esiliato, il fratello minore di Napoleone Bonaparte, Luciano. Non si mosse, com’è ovvio in solitario, ma portò con sé un nutrito numero di persone, che si relazionarono, com’è normale che sia, con la gente del posto.

Chiunque abbia la minima padronanza della lingua francese e  pratica degli articoli, riconosce nel dialetto della zona, la similitudine con gli usi d’oltralpe.

Interno della Chiesa di San Bernardino

Abbiamo risalito Via della Rocca e, poggiando i piedi sul selciato, abbiamo raggiunto la grande Chiesa di San Bernardino. Al santo, predicatore proveniente dalla Toscana e conosciuto con la specifica “da Siena”, venne intitolata la chiesa successivamente al ripopolamento del borgo avvenuto ad opera dei coloni toscani, che giunsero a Piansano per volontà del Cardinale Alessandro , il quale si propose di valorizzare quelle fertili terre lasciate, in quel periodo, all’incuria. Sul posto vi si trasferirono una decina di famiglie, che nel tempo aumentarono di numero. A queste era concesso, dopo il pagamento di un dazio, un appezzamento di terreno disboscato, che poteva essere coltivato o utilizzato come pascolo. Previo accordo era possibile anche edificarvi delle abitazioni. E così fu che i nuovi cittadini dell’umile Piansano, arricchirono quella che divenne la loro “patria” di usanze, tradizioni e anche liturgie.

Il tempio sacro porta il nome del santo senese, aderendo al desiderio espresso dai nuovi arrivati e venne innalzato nello stesso luogo di un preesistente edificio sacro risalente al XV secolo, quando i Duchi Farnese “ebbero la premura” di costruirne una dedicata al patrono, San Ercolano. Col passare degli anni fu ingrandito e restaurato. La chiesa che ammiriamo oggi, è frutto di una demolizione e di una ricostruzione, che la rese più sfarzosa, avvenuta tra il 1750 e il 1753.

Come raccontano le cronache, i maestri Luca Alessi di Corneto e Giacomo Bucci di Rimini strinsero un accordo con la comunità, che prevedeva il pagamento con 1010 scudi e una botte di vino. Il popolo avrebbe dovuto fornire e trasportare del materiale (sassi, rena e legname).

La chiesa all’interno è luminosa e ottimamente decorata, vi si contano sei altari laterali. Gli artisti che realizzarono gli affreschi e gli intagliatori provenivano da Viterbo.

Abbiamo proseguito sullo spiazzo dalle forme irregolari che prende il nome dall’edificio sacro che svetta su di esso e abbiamo raggiunto, tramite alcune strette viuzze in salita, il palazzo in cui ha sede l’amministrazione comunale.

Palazzo Fabrizi, sede dell’amministrazione comunale e la “Loggetta”

Diverse persone sostavano di fronte al Palazzo Comunale, in quello che viene individuato come uno dei quartieri di Piansano, nonché come il centro storico del paese.

Di lì si dipanano diverse strade, e tra queste quella che è riconosciuta dai residenti come la più bella. L’abbiamo percorsa, e i fiori erano i nostri soavi accompagnatori. Un tripudio di colori e freschezza arricchito dalla presenza delle tante persone anziane, testimoni della vita del borgo, sedute ai lati della strada appena fuori le proprie dimore.

Palazzo Fabrizi, meglio noto come il Palazzo Comunale, è stato realizzato tra il XVII e il XVIII secolo e si erge su Piazza dell’Indipendenza. Ciò che lo rende esclusivo è una particolarissima loggetta di ferro battuto in stile barocco, sostenuta da un porticato in peperino suddiviso da tre arcate. Alle colonnine che sostengono le suddette arcate, sono addossati dei piccoli pilastri decorati con figure antropomorfe. Non si hanno notizie circa l’origine delle statuine, nonostante si siano fatte delle ipotesi.

Lo stabile costituiva l’abitazione della facoltosa e nobile famiglia romana dei Fabrizi, che acquistò dal principe polacco Stanislao Poniatowski l’intero territorio della confinante Arlena di Castro. Il palazzo fu adibito a sede comunale nel 1881.

Sempre sulla piazza, addossata al muro di una casa, una piccola edicola in nenfro grigio contenente un’icona della Madonna col Bambino realizzata in ceramica policroma con la tecnica del bassorilievo, di scuola toscana e databile al XV-XVI secolo.

Poco fuori, proseguendo in direzione nord, abbiamo notato un’interessante torre che abbiamo saputo essere stata eretta nel XIX secolo. In cima ad essa, si trova l’orologio che informava, e informa tutt’ora,  gli abitanti sullo scorrere del tempo.

La Torre dell’Orologio

Prima di scendere di nuovo verso  la zona che fu della rocca, mentre attraversavamo il cuore del borgo, incantati dal silenzio che siamo abituati a percepire ogni volta che camminiamo in questi regni del passato, la nostra mente è volata alla lunga storia che ha visto Piansano nascere e trasformarsi nella cittadina che è oggi.

Per scrivere la lunga pergamena degli eventi, bisogna addirittura partire dal periodo eneolitico, quella fase di transizione che va dall’Età della Pietra e giunge a quella del Bronzo. Sebbene nel territorio piansanese non siano mai stati effettuati con sistematicità scavi e ricognizioni di tipo archeologico, è stata ritrovata una cospicua quantità di punte di frecce in selce, oggi conservate nelle teche del Museo Nazionale Preistorico “L. Pigorini” di Roma.

Successivamente furono gli Etruschi che si stanziarono in quelle zone, e ne sono testimonianza le tante sepolture che si differenziano per tipologia e che sono distribuite lungo le strade che conducono agli abitati limitrofi (Capodimonte, Valentano, Tuscania e Cellere). Tra queste sepolture, ne  spiccano alcune, come quelle a camera, ascrivibili al IV e III secolo a. C.. La loro opulenza, e quella delle suppellettili in esse contenute, dimostra quanto le condizioni degli abitanti fossero floride quando la vicina Tuscania dominava sul borgo.

Nei secoli successivi l’ambiente piansanese subì la colonizzazione romana. In seguito alla presa di Vulci, alla fine del III secolo a.C., i consoli romani suddivisero la Tuscia in “fundi agrari” che assegnarono ai veterani e agli aristocratici. In questo modo fiorirono numerosi nuovi insediamenti, e quelli già esistenti furono arricchiti dal sorgere di nuove ville. La conseguenza diretta fu il potenziamento della rete stradale. Tra le vie che toccarono il luogo di cui si parla, la consolare Clodia, che univa l’Urbe all’Etruria del nord, passando per Tuscania (di cui è visibile il basolato) e per la città di Maternum, ancora oggi avvolta dal mistero,  fino ad arrivare a Saturnia.

Ciò che attiene alla civiltà romana, è riscontrabile nei resti delle fondamenta delle abitazioni, negativamente interessate da arature effettuate in profondità, nelle terrecotte votive, nei frammenti di suppellettili in ceramica e in monete d’ oro, d’argento e di bronzo, datate IV secolo a.C.

Per quanto la dominazione romana avesse portato benefici sia dal punto di vista politico che economico, il territorio di Piansano, successivamente alla caduta dell’Impero, soffrì a causa delle incursioni delle orde barbariche che si abbatterono sul suolo italico tra il ‘400 e il ‘500, provocando guerre e oppressioni di vario genere.

Ricerche approfondite e ritrovamenti di monete e ceramiche annerite, hanno indicato l’imperversare di incendi avvenuti durante il conflitto greco-gotico. Dopo la discesa dei Longobardi, si verificarono violenze, epidemie e carestie.

Dopo qualche tempo, e precisamente nell’anno 845, in atto notarile compare il nome di Plautjanu. Si ha notizia che negli stessi anni esisteva un piccolo villaggio agricolo poco distante e più antico di quello che era nominato Plauziano.

E attorno all’anno mille nacque il castrum, di cui resta, come unica traccia un piccolo tratto murario del XII secolo.

La zona del Castrum

All’epoca a Piansano comandavano i conti di Vetralla, che poi cedettero parte dei loro possedimenti a Viterbo.  Nella metà del 1200, vi si stabilirono i signori di Bisenzio che, dopo varie traversie, tradirono la prossima Tuscania e si allearono con Viterbo. A seguito dell’esilio dei papi ad Avignone, dopo varie scorrerie, i conti dovettero consegnare le terre e il castello alla Chiesa.

Nei secoli che seguirono il potere della Chiesa si alternò a quello dei più potenti uomini. Nessuno di essi lasciò tracce memorabili. Il borgo subì, oltretutto, la demolizione del castello. Nonostante fosse stato privato della rocca e condotto in miseria, era ancora piuttosto ambito, tanto che, nel 1537 entrò a fare parte del Ducato di Castro, guidato da Pier Luigi Farnese.

Fu quello il periodo del ripopolamento e della valorizzazione grazie, appunto, alla venuta dei coloni che riuscirono anche a caratterizzare il modo di parlare e a donare quelle inflessioni dialettali che sono giunte sino ai nostri giorni.

Con l’annientamento  del ducato, a seguito di una lunga  disastrosa guerra, le genti Piansano si trovarono nuovamente in condizioni di indigenza che furono contenute soltanto grazie alla volitività della popolazione e all’intervento delle famiglie più abbienti che si prodigarono nella costruzione di scuole e chiese. Ala fine del ‘700, fu un papa, Pio VI, che si interessò affinchè  le sorti del paese si risollevassero. I  moti risorgimentali non scossero la vita di quel piccolo borgo dedito soprattutto all’agricoltura, tanto che, com’è possibile notare, non esistono vie o piazze intitolate agli eroi di quel glorioso periodo storico. E così, con l’Unità d’Italia e le due guerre, si arriva ai giorni nostri, passando per la costruzione del suggestivo acquedotto (1935) che si trova ai piedi del paese.

L’acquedotto di Piansano

Le nuvole che ci stavano minacciando da almeno un paio d’ore, erano sul punto di trasformarsi in enormi gocce d’acqua. Ci siamo riparati al di sotto della loggetta, e abbiamo continuato a  conversare con le persone che avevamo incontrato all’inizio della nostra passeggiata.

Mentre parlavamo, i miei ricordi sono tornati per un attimo a quella bellissima mattinata d’inizio estate al lago. Mentre stavamo prendendo il sole, è passata dinanzi a noi una donna avanti con gli anni.  Eravamo in una zona poco battuta dai turisti. La signora ci ha superati. Si è incamminata tra la natura selvaggia che lambisce le acque di quel favoloso specchio d’acqua che spesso ci accoglie. L’abbiamo persa di vista, per poi rivederla dopo diverso tempo. Ci ha raccontato un po’ di lei, delle conchiglie e dei sassolini che era intenta a raccogliere. Ci ha detto che lei non era alla ricerca di nulla, e che erano gli oggetti ad avvicinarsi a lei, a cercarla. Così come le persone e, in quel caso, noi. Ha detto di vivere a Piansano, nella zona medioevale, di essere una creatura magica e di conoscere più cose di quanto sarebbe normale. Io, per un po’, le ho creduto, perché spero che ci sia sempre qualcuno che veda oltre.

 

Fonte: viterbox

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