Un anno e mezzo di Covid ci ha cambiato? Profondamente. Da quel 21 febbraio dello scorso anno, la percezione che avevamo del mondo, del nostro Paese, del sistema sanitario  nazionale, di noi stessi e degli altri è mutata sensibilmente.

Dalla mascherina alla paura della vicinanza dell’altro, a una sanità che improvvisamente veniva allo scoperto con tutte le sue falle, e gli infermieri, i medici e il personale sanitario che, per la prima volta, diventavano visibili, applauditi. Diventavano, loro malgrado, eroi e angeli.

Gli italiani, che tendenzialmente non sono quasi mai riusciti a mettersi d’accordo su niente, dal calcio alla politica, nel 2020, erano tutti concordi: medici e infermieri erano eroi.

Persone che lavorano per gli altri, ad alto rischio della vita (sono circa 280 i medici e 60 gli infermieri uccisi dal virus in Italia) erano da ringraziare. Tante furono manifestazioni d’affetto e di ringraziamento in molte città.

Anche a Viterbo, lo scorso settembre, quando il reparto Covid 1 Medicina era chiuso da aprile, fu organizzata una cerimonia pubblica per dire ufficialmente GRAZIE a coloro che, nei mesi più bui, si erano adoperati fino allo stremo delle forze per gli altri. Poi vi fu la seconda, tremenda ondata.  A ottobre il reparto riaprì, ricominciò il tragico bollettino dei morti e dei contagi giornalieri e poi coprifuoco, zone rosse, Dad.

La gente cominciò a spazientirsi.

Si seppe di algoritmi efficaci per il trattamento domiciliare, implementati sulla base di un approccio razionale, fisiopatologico e farmacologico per accelerare la guarigione e prevenire l’ospedalizzazione dei pazienti nella fase iniziale di Covid-19, che avrebbero avuto importanti implicazioni per i pazienti e il sistema sanitario.

Qualcosa era profondamente cambiato negli animi. Da Eroi, medici e personale sanitario furono visti da molti come complici del sistema, che ancora non funzionava.

Prima angeli, poi demoni.

Prima eroi, poi persone da insultare.

Gli infermieri e i medici furono spesso presi di mira: nessun attestato di stima quando prima c’erano striscioni, manifestazioni d’affetto e pizza regalata in ospedale.

Eppure erano sempre lì, con le “tute”, le mascherine ad accudire i malati, a rischiare il contagio, ad aiutare.

Abbiamo sentito la testimonianza di un’infermiera, che ha confermato che, anche a Viterbo,  presso il centro Covid 1 Medicina di Belcolle, non tutti i parenti dei malati si sono dimostrati comprensivi e riconoscenti. Alcuni inveivano contro il personale sanitario perché pretendevano di avere più videochiamate e notizie dei parenti ricoverati (ma i malati bisognosi di cure e assistenza erano 34 e non era facile fare per tutti spesso videochiamate); alcuni parenti se la prendevano con gli infermieri per le falle della sanità pubblica. Non molte le persone pronte a ringraziare.

Che cosa era successo? Certamente è più facile investire chi ogni giorno è alle prese con le cure, il dolore, le paure, a volte la morte, con il Covid.

Facile identificare negli operatori sanitari la propria paura. E quindi prendersela con loro. È più semplice attaccare chi ha contiguità fisica e responsabilità di gestione con il problema.

Di solito le persone che reggono meglio periodi drammatici come questo, sono quelle che riescono ad accettare la realtà per quella che è, pur essendo spesso drammatica.

Che ascoltano, sperimentano la resilienza.

Mettersi nei panni dell’altro, a volte aiuta.

Gli infermieri,  i medici, il personale sanitario sono persone che hanno visto il dolore, la morte di pazienti senza il conforto dei parenti; hanno anch’essi lottato contro i limiti della sanità pubblica mettendo la loro forza, la competenza, il loro tempo. Il loro disagio psicologico è stato grande. Qualcuno dirà che hanno fatto solo il loro lavoro.

Ma mai, come in anni di pandemia, il loro lavoro è stato particolarmente importante,  difficile, rischioso, a stretto contatto con la morte e la solitudine.  Il coronavirus ci ha colti impreparati ed è stato evidente soprattutto nella sanità. Anni di tagli hanno reciso spazi, posti letto, numero di operatori sanitari.

Lo sforzo compiuto da chi, onestamente, con sacrifici, competenza e abnegazione, è stato in prima linea, era evidente.

Ma proviamo ancora a calarci nei suoi panni: immaginiamo una donna che torna a casa la mattina e sveglia i figli per andare a scuola o per collegarsi in DAD, dopo un turno di notte nel reparto Covid in cui ha visto amici intubati, anziani morenti, senza ossigeno e senza un familiare accanto, giovani sofferenti. Togliendo la “tuta” anticontagio, con il pensiero al rischio continuo di contrarre il virus e di trasmetterlo ai cari, con la sensibilità che è propria degli esseri umani, svalutata da chi dovrebbe ringraziarla, cosa prova?

I meccanismi mentali che spingono prima a idealizzare e poi a svalutare le persone sono comuni in molti campi.

Vi sono vari aspetti, cognitivi, psicologici, culturali che entrano in gioco e il sistema di valori di ciascuno. Molti continuano fortemente a valutare positivamente l’operato del personale sanitario,  ma per alcune persone è più facile attaccare medici e infermieri.

Tanti di loro cominciano a sentirsi soli nella lotta contro il coronavirus, sconfortati e delusi ma non mollano. E c’è chi ringrazia.

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