Com’era la vita a Viterbo prima della Seconda Guerra Mondiale?

C’era tanto antagonismo tra quartieri, diciamo così vecchi, quelli cioè che si trovavano al di là del Ponte Tremoli e San Faustino.

Per poter andare da una parte all’altra della città bisognava attraversare il Ponte Tremoli, che si trovava in via Cairoli, attraversava l’attuale Piazza del Sacrario, fino ad arrivare dove si trovano i gabinetti pubblici (in disuso da tempo).

Il ponte veniva chiamato Tremoli, perché era molto alto e sporgendosi per guardare di sotto, le persone avvertivano un senso di poca sicurezza. Inoltre in origine era di legno e quando un carretto ci passava sopra, dava la sensazione che tremasse. Solo in un secondo momento fu realizzato in muratura.

Il ponte è ancora esistente ma da molti anni è stato coperto dal manto stradale. Sotto questo ponte attraversava il fiume Urcionio. É più esatto dire che l’Urcionio scorre ancora oggi sotto questo ponte, poiché esiste ancora, ma anch’esso è stato ricoperto e prosegue oltre le mura di Porta Faul. I viterbesi, o meglio, alcuni, non erano per niente tranquilli, bastava poco per litigare, a volte uno sguardo di troppo era sufficiente per fare baruffa.

C’era tanto antagonismo tra gli abitanti di Pianoscarano e quelli che si trovavano al di là del Ponte Urcionio. I pianoscaranesi si sentivano i veri viterbesi, mentre gli abitanti del quartiere san Faustino si sentivano diciamo così, signori, perché erano artigiani o commercianti, non zuccaroni che lavoravano la terra. Quelli di Pianoscarano erano infatti, per lo più contadini, abitavano in case del “padrone” della terra, che essi lavoravano.

In quei tempi, gli uomini erano scarsi di complimenti, a loro bastava poco per litigare, e non si accontentavano di scambiarsi solo qualche ingiuria, ma molto spesso, facevano parlare il coltello, che portavano sempre in tasca. Va detto però, che anche le donne erano sempre pronte a difendersi, perché tenevano nascoste nelle tasche delle lunghe e larghe gonne, un paio di forbici.

C’era però un uomo, che fu soprannominano “l’Ardito”, perché si innamorò di una ragazza del quartiere S. Faustino, e la sera, quando andava da lei, lasciava il coltello a casa; per questo motivo gli dettero il soprannome di Ardito, cioè coraggioso.

Lo consideravano Ardito, perché aveva il coraggio di lasciare il coltello a casa e si avventurava nel quartiere senza alcuna arma di difesa. 

I bambini, come vivevano?

I bambini non andavano a giocare per le strade ma venivano mandati a imparare un mestiere.

Come accennato sopra, la vita era molto dura e anche i bambini dovevamo in qualche modo contribuire al magro bilancio familiare; la mattina andavano a scuola, per la verità, non ci andavano sempre, come la maggior parte dei ragazzini, e il pomeriggio i genitori li mandavano a imparare i lavori.

Chi a fare il calzolaio, il falegname, lo scalpellino; erano gli stessi genitori che si rivolgevano presso questi artigiani che venivano chiamati maestri, chiedendo loro di prenderli a lavorare. I motivi erano diversi, il primo, perché evitavano di farli stare per la strada, a bighellonare, poi, perché avevano la reale possibilità di imparare un mestiere, e per ultimo se il “padrone” era sensibile, poteva anche dare il “pagaccetto”. Anche se consisteva in pochissime lire la settimana, alla fine per questi “garzoncelli”, così venivano chiamati, era tutto rimediato.

Forse ancora oggi, non sarebbe male se venisse insegnato un mestiere ai tanti ragazzi che, non riescono più a trovare un lavoro.

Rosanna De Marchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *