Uno studio della prestigiosa università di Stanford dimostra che le chiusure estreme non servono e talvolta peggiorano la situazione. Le curve dei contagi calano più per dinamiche naturali che per decisioni politiche. La ricetta giusta? Rendere i cittadini consapevoli.

Chiudere tutto, bloccare un Paese, costringere alla quarantena la popolazione non porta benefici proporzionati al sacrificio in termini di sconfitta della pandemia. Uno studio dell’università di Stanford, pubblicato dall’European journal of clinical investigation, ha approfondito il tema della corrispondenza tra misure restrittive e diffusione del Covid, andando ad analizzare se c’è una corrispondenza proporzionale tra misure graduate di lockdown e l’effettivo arretramento del contagio. Sono stati analizzati dieci Paesi tra cui l’Italia (gli altri sono Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Stati Uniti) valutando gli effetti sia del lockdown estremo sia di interventi meno duri, come le regole per il distanziamento.

Gli scienziati hanno messo a confronto la situazione della diffusione del virus in Svezia e Corea del Sud, due Paesi che non hanno adottato le chiusure obbligatorie per le attività lavorative e il divieto di qualsiasi tipo di circolazione, con gli altri o o Paesi.

Dall’analisi è emerso che le misure molto restrittive non portano effetti benefici chiari e significativi per il calo dei contagi, in nessun Paese. In Francia, ad esempio, i risultati positivi del lockdown estremo sono stati solo del 7% in più rispetto alla Svezia e del +13% rispetto alla Corea del Sud.

Gli scienziati concludono che sebbene non si possano escludere piccoli benefici, questi non sono tali da giustificare i sacrifici richiesti alla popolazione. Riduzioni simili nella crescita dei casi si possono ottenere con interventi meno restrittivi. Come dire che il gioco non vale la candela.

Nello studio si sottolinea che l’adozione anticipata di interventi più drastici, all’inizio del 2020, è stata giustificata dalla esplosione e rapida diffusione della malattia, dalla difficoltà dei sistemi sanitari di far fronte al numero dei ricoveri in terapia intensiva e dalle scarse conoscenze sulla mortalità del virus. Mancanza di evidenze scientifiche che hanno creato una situazione di incertezza e indotto molti governi a rispondere con misure estreme. Tali interventi, spinti fino alla reclusione forzata nelle abitazioni e alla chiusura degli uffici, ritenuti inevitabili dalle autorità, hanno avuto conseguenze rilevanti sulla popolazione: crollo delle cure di altre patologie perché l’attenzione si è concentrata sul Covid, e quindi l’aumento di alcune malattie, la diffusione di forme di disagio psichico per la mancanza di socialità, depressione, fino all’incremento di casi di violenze domestiche. Partendo da questi effetti, gli scienziati dello studio hanno voluto verificare se c’è stata una rispondenza tra i pesanti sacrifici imposti, con le conseguenze che la popolazione ha patito, e l’efficacia nel contrasto alla pandemia.

Nello studio si dice che «è ampiamente riconosciuto che le dinamiche epidemiche variano nel tempo e i freni alla trasmissione della malattia si verificano senza alcun intervento (attraverso la risoluzione delle infezioni), così come da cambiamenti di comportamento non correlati alle restrizioni». Dall’analisi di varie situazioni, gli studiosi hanno rilevato che «il rallentamento della crescita epidemica risponde più alle dinamiche naturali che come conseguenza delle decisioni politiche».

Gli scienziati sottolineano che prima di arrivare a un’immunità significativa della popolazione, il principale motore della riduzione della velocità di trasmissione, è il comportamento individuale. Qualsiasi intervento restrittivo può spingere al cambiamento di comportamento individuale, con tassi di risposta che variano tra gli individui e nel tempo. Le misure meno dure, possono avere grandi effetti anti contagio se la risposta comportamentale individuale è ampia. In tal caso, un loro inasprimento potrebbe non fornire molti vantaggi aggiuntivi.

Attraverso complicati calcoli che tengono presenti anche diverse variabili (come la quantità di tamponi effettuati e il mutamento dei comportamenti prima delle decisioni dei governi), lo studio rileva che in nessuno degli 8 Paesi e in nessuno dei 16 confronti contro Svezia o Corea del Sud, gli effetti benefici delle misure più restrittive sono stati significativi. In sostanza «non vi è alcuna prova» si legge nel report, «che i lockdown estremi abbiano contribuito in modo sostanziale a piegare la curva dei nuovi casi in Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna o Stati Uniti all’inizio del 2020». I Paesi che hanno adottato solo raccomandazioni e misure generiche di contenimento hanno comunque avuto tassi di crescita del virus modesti.

Inoltre, secondo una recente analisi riportata dal report di Stanford, l’obbligo di restare in casa avrebbe addirittura conseguenze negative. A Hunan, in Cina, c’è stato un aumento della trasmissione del virus durante il periodo del divieto di uscire dalla propria abitazione, attribuito all’aumento del contagio tra le mura domestiche. Il contatto ravvicinato tra i membri di una famiglia, in un luogo chiuso, rischia di incrementare il rischio di infezione.

Gli studiosi hanno poi osservato che le curve di diffusione del virus appaiono sorprendentemente simili nonostante le ampie variazioni nelle politiche nazionali.

Sui bassi contagi può influire anche una efficace comunicazione del rischio. È quanto è avvenuto in Corea del Sud dove sono stati osservati grandi cambiamenti di comportamento personale a seguito di misure poco restrittive. La gravità del rischio percepito dagli individui ha innescato comportamenti anti contagio più efficaci di qualsiasi norma di legge. «La riduzione delle attività sociali è avvenuta prima dell’incremento delle misure restrittive perché le popolazioni dei Paesi colpiti erano diventate consapevoli dell’impatto della pandemia». Insomma, anziché rinchiudere i cittadini, sarebbe meglio renderli consapevoli.

Fonte: La Verità.info

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