“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.”

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”

(Paolo Borsellino)

Al di là di qualsiasi bandiera e colore politico, Viterbo e l’Italia ricordano sempre il giudice Paolo Borsellino, morto in un attentato in via D’Amelio a Palermo insieme  a cinque agenti della scorta il 19 luglio 1992.

Il magistrato palermitano ucciso avrebbe compiuto 81 anni quest’anno.
Nato il 19 gennaio 1940 nel centro storico palermitano, nel quartiere della Kalsa, Borsellino insieme a Giovanni Falcone aveva fatto della lotta alla mafia la sua ragione di vita. Figlio di farmacisti, si laureò in giurisprudenza nel 1962, a soli 22 anni, e l’anno dopo divenne il magistrato più giovane d’Italia.

In quel tragico 19 luglio 1992, dopo aver pranzato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Borsellino si recò in via D’Amelio, a casa della madre, dove una Fiat 126 imbottita di tritolo stroncò la sua vita e quella dei cinque agenti di scorta.

Diceva Borsellino: “È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.”

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