Finisce il programma Erasmus per gli universitari. Il dossier Che cosa significa l’intesa per dazi, tariffe, pesca e anche per i nostri connazionali dal 1 gennaio 2021.

Molti commentatori a inizio anno dicevano che un accordo commerciale (e non solo) post Brexit tra Regno Unito ed Unione Europea sarebbe stato impossibile per Boris Johnson. Non a caso, Ue e Canada ci avevano messo sette anni per stringerne uno. Ora invece, l’intesa, storica, è praticamente fatta. Da questo punto di vista, si tratta di un grande successo politico per il premier britannico, nonostante i malumori dei suoi conservatori brexiter che volevano un’uscita brutale dall’Europa, ossia il temuto “No Deal”. Inoltre, è una grande vittoria anche per l’Ue, la sua diplomazia, la politica e lo stesso Occidente, che non si è diviso ora in un momento cruciale, nonostante la Brexit, quando molte forze ostili spingevano per una rottura netta.

Ma che cosa significa questo accordo? E quali sono stati gli scogli del negoziato, finalmente superati?

La pesca

Anonimi diplomatici francesi hanno fatto filtrare alla Reuters che “Londra ha offerto concessioni enormi nelle ultime 48 ore, soprattutto sulla pesca”. Un’affermazione patriottica quella dei francesi, che ricalca l’intransigenza del presidente Macron nella difesa dei pescatori transalpini che sinora hanno operato liberamente in acque britanniche grazie al mercato unico europeo? O c’è del vero?

La pesca è stato uno stallo enorme e quasi assurdo di questi lunghissimi negoziati, dato che vale lo 0,1% del Pil britannico e “soli” 650 milioni di mercato annuale. Ma è un argomento estremamente patriottico, per Johnson in quanto soddisfare i tanti pescatori scozzesi è un modo per evitare la furia indipendentista di Edimburgo, ma anche per Macron e altri Paesi come Belgio e Olanda che vogliono proteggere i loro pescatori del Nord che rischiano di perdere accesso alle acque britanniche ricchissime di pesce.

L’intesa però sembra esser stata raggiunta e pare più favorevole all’Ue: Londra pretendeva che i pescatori europei, dopo la Brexit del 1 gennaio, riconsegnassero o pagassero inizialmente l’80% del pescato in acque britanniche. Poi la richiesta, col passare dei mesi, è scesa addirittura al 35%. Bruxelles non si è smossa dal 20% e comunque in un periodo di transizione di almeno sei anni, contro le iniziali richieste di Londra che prevedevano una revisione ogni 12 mesi dell’accesso dei pescatori europei in acque britanniche. I due team negoziatori non hanno lasciato filtrare dettagli, ma sembra che i due Paesi si siano venuti incontro a un 25% scarso di quote da restituire agli inglesi da parte dei pescatori europei e una transizione concessa a questi ultimi di 5 anni e mezzo prima che Londra riprenda il pieno controllo delle sue acque.

Le leggi sulla concorrenza

Sono state l’altro scoglio, sinora insormontabile, delle trattative tra Ue e Uk. In sintesi: l’Europa temeva che, dopo aver concesso un accordo commerciale, Londra si dissociasse dalle sue norme sulla concorrenza e standard lavorativi e ambientali una volta uscita dall’Ue, procurando concorrenza sleale all’Unione Europea. Su questo punto, a differenza della pesca, l’Ue ha concesso più di quanto abbia fatto Johnson: non ci sarà la supervisione dei tribunali europei e nemmeno un meccanismo automatico di allineamento per il Regno Unito di norme, leggi e standard decisi o aggiornati dall’Ue dopo il 1 gennaio. Al contrario, se l’Ue considererà concorrenza sleale in un campo potrà applicare quasi automaticamente, ma ci dovrebbero essere arbitrati indipendenti a vidimarle, delle tariffe specifiche. Una rassicurazione per l’Europa ma anche una “mano libera” per Boris, almeno potenziale.

Italia e made in Italy

Questa può essere una rassicurazione, perlomeno parziale, anche per i produttori italiani, soprattutto di esportazioni italiane di prodotti a indicazione geografica e di qualità (Dop/Igp) e vini come il prosecco. Non sono ancora chiari i termini per l’accordo: in casi estremi, il Regno Unito potrà decidere di non rispettare le norme di qualità, ma allo stesso tempo verrebbe punito da pesanti dazi. Quindi è uno scenario improbabile, a meno che Londra non si metta a produrre copie di prodotti italiani protetti però da marchi registrati. Tuttavia, nessuno potrebbe impedirgli, almeno in teoria, di vendere prodotti simili di qualità minore all’estero, ma ciò sarà da vedere nel testo.

Dazi e tariffe

Per il resto, sarà evitata quasi completamente l’applicazione di tariffe a beni, alimenti, merci e componentistica britannici esportati verso l’Ue (e viceversa), che potranno essere commerciati teoricamente in un rapporto di libero scambio a zero dazi. Un accordo bilaterale enorme che solo nel 2019 è valso quasi 750 miliardi di euro.

Erasmus e studenti Ue

Finisce purtroppo l’Erasmus per e da il Regno Unito: scomparirà dall’anno accademico 2021/2022. Il Regno Unito aveva chiesto una versione più snella dell’attuale Erasmus+, cosa che l’Ue non ha accettato, e anche per questo ha già previsto un programma alternativo per finanziare soltanto gli studenti britannici all’estero. Un brutto colpo per tutti gli studenti italiani ed europei che sinora hanno studiato per uno o due semestri in Regno Unito. Inoltre, con qualsiasi tipo di accordo in quanto già deciso e sottoscritto da Londra, dal 1 gennaio 2021 cambierà tutto per gli studenti italiani ed europei che vogliono studiare stabilmente nelle università del Regno Unito: se non saranno residenti dall’anno 2020, dovranno pagare rette universitarie alte come gli tutti gli altri studenti non britannici, oltre al visto e l’assicurazione sanitaria (solo questi ultimi due da 500 a 700 euro circa all’anno) per un totale di migliaia di euro all’anno in più.

Cosa cambia per i lavoratori italiani

Ma cambierà tutto anche per i lavoratori italiani ed europei, sebbene anche questo fosse deciso da tempo e non c’entri con l’accordo annunciato oggi: dal 1 gennaio 2021 finirà la libertà di movimento europea e dunque prima si dovrà avere un lavoro e solo dopo si potrà entrare in Uk (non il contrario come è stato permesso oggi). Ma questo si potrà farlo solo se si hanno i requisiti necessari (lingua, titolo di studio, esperienza) in base a un sistema “australiano a punti”. Insomma, nonostante l’accordo raggiunto e lo scongiurato No Deal, sarà molto più difficile per gli italiani vivere, lavorare e studiare in Regno Unito, soprattutto per coloro che svolgono i lavori meno remunerati, che secondo il governo britannico dovrebbero svolgere sempre più britannici autoctoni. Sarà davvero così? Lo vedremo dal 1 gennaio 2021.

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