Il 2 giugno del 1946 alle donne italiane fu concesso il primo “voto politico”.

Quel 2 giugno del ´46 oltre dodici milioni di donne votarono per la prima volta e furono oltre dodici milioni. Un diritto, un adempimento ovvio per la democrazia, eppure una conquista difficile, inseguita fin dai primi movimenti femministi a cavallo del Novecento.

In precedenza, il 1° febbraio del ’45, un decreto aveva esteso il suffragio alle donne che in alcune regioni avevano già potuto votare per le elezioni amministrative. Ma essere candidate ed esprimersi per i destini della Nazione era tutt’altra cosa.

 Paese povero e caotico, il nostro, in quel primo dopoguerra. L’Italia era rimasta a lungo divisa in due, a Roma il governo Bonomi, il Nord ancora occupato dai tedeschi e dalla Repubblica di Salò e usciva dal conflitto con le ossa rotte.

 Il salario di un operaio toccava appena 10mila delle vecchie lire, il biglietto del tram ne costava 4, ma per un chilo di pane servivano 120 lire e un litro di latte ben 300.

 Quel 2 giugno si doveva scegliere tra Monarchia e Repubblica e, contemporaneamente, eleggere l’Assemblea Costituente per disegnare la nuova Identità Istituzionale. Per le donne il salto fu doppio: votare e poter essere votate.

Sembrava che invece di tenere in mano la scheda elettorale, stringessero un biglietto d’amore, scrivevano i giornalisti dell’epoca, da questo momento in poi le conversazioni che nasceranno tra uomo e donna avranno un tono diverso, alla pari. Quel “voto segreto” significava potersi finalmente sottrarre al controllo e alla subordinazione anche degli uomini della famiglia.

Alla Costituente le elette formarono una pattuglia variegata ma compatta e riuscirono a realizzare una collaborazione trasversale e moderna, per l’affermazione, nella Carta, dei Principi Basilari di Parità, con un testo ispirato all’uguaglianza, giuridica di tutti i cittadini, (senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali).

 E alle “madri” della Costituzione va riconosciuto il merito di aver contribuito in modo decisivo a scardinare la struttura patriarcale della famiglia, con il riconoscimento di pari doveri e pari diritti ai coniugi, primo fra tutti quello di educare i figli.

Dal diritto di cittadinanza acquisito nascerà il seme per quell’evoluzione del diritto del diritto e del costume che avrebbe nei decenni successivi, reso possibile tante conquiste di parità e di civiltà.

Furono varate leggi fondamentali e innovative nel campo del lavoro, del diritto di famiglia e della dignità femminile come l’abolizione delle case chiuse nel 1956, voluta da Lina Merlini e primo esempio di mobilitazione parlamentare trasversale.

Furono approvate norme a favore delle lavoratrici madri e, nel lavoro, la parità di trattamento salariale per gli uomini e donne. Passo dopo passo, si giungerà fino al divorzio e all’aborto legale.

Oggi si sono aperte alle donne altre strade, allora impensate: la carriera politica, la ricerca scientifica e persino la conquista dello spazio, nonché la carriera militare.

Tuttavia, come in tutte le medaglie, c’è un rovescio: la conquista progressiva della parità manca dell’equilibrio necessario, perché la donna, in taluni casi, ha rinunciato a quegli aspetti che le sono propri e che sempre l’hanno caratterizzata.

Per apparire forte e decisa ha soffocato la sua inclinazione all’affettività e alla capacità di comprendere che è insito nel suo naturale istinto materno; in poche parole ha rinunciato alla femminilità che, ben lungi dall’essere sinonimo di debolezza, è in realtà la sua più autentica forza.

 Ma così va il mondo. L’evoluzione non procede in modo lineare bensì dinamico, presentando un cammino spesso tortuoso e a volte anche poco comprensibile. L’eterno tema della lotta dei diritti, un cammino non ancora concluso?

Rosanna De Marchi

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