Ormai siamo tutti prigionieri del Covid sia in senso fisico che mentale, vi raccontiamo l’odissea di due genitori con due figli rispettivamente di 9 e 14 anni.

Partiamo dalle regole comportamentali, che ogni cittadino dovrebbe conoscere, trovandosi nella situazione di venire a contatto con un caso confermato di Covid-19.

Regole che a volte, purtroppo, non si conoscono, ma nella maggior parte delle situazioni, sono talmente frammentarie e lasciate ad interpretazioni, che porta le persone a non sapere come comportarsi.

La confusione regna sovrana soprattutto per la mancata univocità nei regolamenti da attuare.

Come comportarsi se noi o uno dei nostri cari è diventato un ‘contatto stretto ad alto rischio di un caso confermato di COVID-19?
In questo caso bisogna:

– Rimanere in quarantena a casa, in una stanza ben ventilata e utilizzare un bagno separato (se possibile), senza muoversi mai dalla propria abitazione evitando ogni contatto con altri, a meno che non sia necessario per assistenza medica. Se si convive con altre persone, è importante evitare di muoversi troppo nella casa e limitare al massimo il numero di persone che entrano nella stanza;

– Se non è possibile evitare di condividere degli spazi è necessario che tutte le persone presenti indossino una mascherina chirurgica e rispettino il distanziamento fisico (mantenendo una distanza di almeno 2 metri). È importante che tutti gli spazi condivisi siano ben ventilati (ad esempio tenendo le finestre aperte) e che vengano puliti/disinfettati almeno una volta al giorno;

– Evitare di condividere spazi con persone che sono a più alto rischio di sviluppare forme gravi di malattia (come le persone di età >65 anni e quelle con malattie croniche);

– Evitare di condividere oggetti personali come spazzolini da denti, asciugamani, salviette, lenzuola, utensili da cucina non lavati, bevande, telefoni, computer o altri dispositivi elettronici con altre persone/familiari;

– Fare attenzione alla eventuale comparsa di sintomi compatibili con COVID-19, misurando la temperatura corporea due volte al giorno;

Non usare farmaci che riducono la febbre (come il paracetamolo) per alcune ore prima di misurare la temperatura;

– Essere raggiungibile in modo che i medici possano sempre mettersi in contatto;

– Rispettare le buone pratiche respiratorie (starnutire o tossire nella piega del gomito o in un fazzoletto che va subito buttato) e una rigorosa igiene delle mani;

– Rispettare le misure di distanziamento fisico tenendo una distanza di almeno 2 metri dalle altre persone conviventi;

Per quanto la riguarda il periodo dell’isolamento domiciliare o quarantena possiamo avere 2 casi, a seconda che si opti o meno per il tampone  molecolare che va effettuato contattando il proprio medico curante o la ASL telefonicamente (la modalità dipende dalla Regione e dalla ASL dove si risiede). Se positivo, si rimane in isolamento per altri 10 giorni e se ancora positivo al 21° giorno nei casi asintomatici, l’isolamento si interrompe comunque. Quando invece è negativo la quarantena si interrompe subito;

Se ci si sottopone a tampone, la quarantena dura 10 giorni dall’ultimo contatto tra persona positiva e contatto stretto (convivente, compagno di classe, collega di lavoro, ecc). Se il risultato del tampone produce un esito negativo la persona esce dallo stato di quarantena.

– Se non ci si vuole sottoporre a tampone la durata della quarantena sarà di 14 giorni. In questo caso trascorsi i 14 giorni decade lo stato di quarantena, e non occorre produrre certificazione medica. Nel caso di un alunno questo può riprendere la scuola in presenza senza alcuna certificazione medica.

– Se nel periodo di quarantena compaiono sintomi simil influenzali, è necessario isolarsi immediatamente e consultare il proprio medico o la ASL telefonicamente. Dal momento della comparsa dei sintomi riparte il periodo di isolamento di 10 giorni alla fine del quale andrà effettuato un unico tampone molecolare.

Sulla base di quanto menzionato veniamo al nostro caso:

In una famiglia, composta da padre, madre e due bambini rispettivamente di 9 anni e 14 anni, in data 22 ottobre la madre accusa sintomi compatibili con covid-19, al che la donna provvede immediatamente ad isolarsi in casa per non avere contatto con i figli, al più piccolo di loro, praticando un’attività sportiva, gli viene effettuato il test sierologico, che risulta negativo, in data 24 ottobre.

In data 25 ottobre, anche il marito affetto da febbre, accusa sintomi sempre compatibili con covid-19, quindi l’isolamento in casa dei genitori verso i figli diventa totale, isolamento praticato in maniera quasi ossessiva, che vi racconteremo in un successivo articolo.

Arriviamo a martedì 27 ottobre data in cui entrambi i genitori vengono sottoposti a tampone, giovedì 29 ottobre arriva la risposta del padre, ricevuta prima per il lavoro che lo stesso effettua, dove risulta positivo.

Il giorno successivo, 30 ottobre, ovviamente, come da protocollo, per entrambi i ragazzi è iniziata la quarantena scolastica, nel mentre, in data 1 novembre, arriva anche la risposta del tampone della madre che risulta positiva anche lei. (da notare la distanza di tempo tra il tampone e la risposta, ben 5 giorni)

Sempre come da prassi, su esposta, decorsi 10 giorni tutta la famiglia si è sottoposta a tampone, per i genitori quello molecolare mentre i figli, essendo stati sempre negativi, quello antigenico, test effettuati venerdì 6 novembre, i cui risultati sono stati positivi per i genitori ed entrambi negativi per i figli. (risultato che avvalora la corretta pratica di isolamento familiare).

Qui inizia l’odissea delle interpretazioni dei protocolli scolastici e dei conteggi dei giorni per il figlio più piccolo, in quanto il grande, frequentando le scuole superiori, è in modalità Didattica a Distanza per DPCM.

Partendo dal fatto che lunedì 9 novembre il bambino, alle ore 8:00, si è recato a scuola a piedi da solo, vista la vicinanza della stessa dalla propria abitazione, munito di regolare certificato di ammissione a scuola, redatto dal proprio medico di famiglia, felice di poter riprendere la “REGOLARE” vita scolastica, con sua sorpresa, considerato che la dirigente scolastica non era ancora venuta, viene accompagnato nella cosiddetta “Stanza Covid”, dove ovviamente gli vengono poste diverse domande in attesa che arrivasse la dirigente. (probabilmente si saranno chiesti come mai il bambino sia andato a scuola da solo)

Una volta arrivata la dirigente, la stessa contatta telefonicamente i genitori del bambino e gli chiede di inviare per e-mail i risultati dei tamponi effettuati (che sono stati sempre negativi), quindi tra un consulto e l’altro si fanno le 9:30 ed il bambino viene riportato a casa da una maestra in quanto non ammesso alla presenza, garantendo alla famiglia che il bambino avrebbe recuperato velocemente, ma soprattutto che presto si sarebbero organizzati per la didattica a distanza, ad oggi ancora non praticata.

Tralasciando il trauma che un bambino possa avere in questa situazione ci viene spontaneo chiederci:

Considerato che esiste un protocollo che delinea i comportamenti da tenere, dove si afferma che un contatto diretto convivente deve osservare un periodo di isolamento domiciliare di 10 giorni, il decimo giorno fa tampone antigenico, quello veloce, se negativo si reca dal pediatra con esito tampone, il pediatra certifica ammissibilità a scuola, e il giorno dopo l’alunno va regolarmente a scuola. Perché il bambino non è stato ammesso?

Il conteggio dei 10 giorni da quale giorno deve partire?

Dal 30 ottobre data di inizio quarantena scolastica o dal 27 ottobre data di inizio dell’isolamento familiare?

I grandi dubbi amletici di una normativa che viene interpretata e soprattutto non univoca in quanto le modalità sono state delegate alle Regioni.

Come in tutte le odissee vi è sempre la ciliegina sulla torta, infatti sembrerebbe che martedì 17 novembre (alla faccia della scaramanzia) essendo decorsi 21 giorni dal 27 ottobre (data del primo tampone) l’isolamento si interrompe comunque, per cui il 18 novembre tutti liberi di tornare alla vita quotidiana, alla faccia del COVID.

Ascoltiamo l’appello della mamma che ha vissuto l’esperienza, che non vuole essere una critica, ma bensì uno spunto per aiutare le istituzioni ad evitare queste incomprensioni.

In tutta questa confusione chi ci rimettono sono i nostri figli, che dovrebbero essere le fondamenta del nostro futuro. Lasciamo ai lettori le opportune considerazioni.

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