La confidenza di un membro di governo: “Il primo a saltare sarebbe lui…”. Nel Pd si riaffaccia l’idea Draghi.

«Tutto può succedere, dopo le elezioni regionali e il referendum. E dietro l’angolo c’è Draghi…».

Nella calura di mezza estate c’è chi nella maggioranza spera o paventa svolte autunnali.

La possibile vittoria del sì nella consultazione confermativa della raffazzonata riforma che taglia il numero dei parlamentari avrà un risultato certo: la blindatura della legislatura. Nessun gruppo parlamentare, a cominciare da quello dei Cinque Stelle (destinato alla decimazione) avrà interesse ad un’accelerazione verso le urne. Finora si è detto che la blindatura si sarebbe automaticamente estesa al governo Conte bis. Ma in varie aree della maggioranza si inizia a pensare che non debba essere per forza così. «I grillini saranno i primi ad appoggiare qualsiasi governo, con qualunque maggioranza, pur di ritardare il voto e quindi la disoccupazione», ragiona un esponente dem.

Sull’esecutivo, a inizio autunno, rischiano di scaricarsi tensioni difficilmente gestibili, grazie al cumulo di dossier rinviati e lasciati marcire dal premier per evitare scelte complicate. Basti citare il Mes: in autunno sarà chiaro che non si può fare a meno di attivarlo, ma nelle confuse file grilline esploderà il caos.

E il risultato delle Regionali rischia di terremotare anche il Pd, finora elemento stabilizzatore della maggioranza: in Veneto, Liguria, Marche e Puglia i sondaggi vedono il centrosinistra (con o senza l’alleanza con i Cinque Stelle) in grande affanno, se non certamente sconfitto. Il vantaggio (sia pur di misura) viene registrato solo in Toscana e in Campania, dove però si è registrata l’entrata a gamba tesa dei pm nella campagna elettorale. Un quattro a due renderebbe assai più traballante la posizione di Nicola Zingaretti, che – dicono dalla fronda Pd – inizia a «sentire sul collo il fiato di Stefano Bonaccini». E al segretario dem rischia di venire messo in conto anche il gran pasticcio del referendum, con un Pd costretto a schierarsi ufficialmente per il sì ad una riforma che i suoi stessi massimi dirigenti definiscono «pericolosa per la democrazia», regalando ad un Movimento Cinque stelle ormai alla canna del gas una vittoria d’immagine, senza nulla in cambio.

Nella confusione agostana rispuntano intanto le chiacchiere sul rimpasto di governo, con tanto di liste di chi entra e chi esce dai ministeri. Il premier Conte però non ne vuol sentir neanche parlare: «Ha capito che, se iniziasse a muovere qualche casella, il primo a saltare sarebbe lui», confida un esponente dell’esecutivo. E il capodelegazione dem Dario Franceschini, consapevole delle forti pressioni che arrivano dal suo partito (ma anche da Italia viva, e ovviamente dai Cinque Stelle affamati di promozioni ministeriali) per sostituire alcuni titolari di dicastero, ha tirato il freno a mano con un ragionamento assai lineare: «Nel partito grillino non esiste linea, gruppo dirigente, interlocutori parlamentari: con chi andate a discutere di sostituire un loro ministro con un altro?». Crimi, spiegano dal Pd, «conta quanto il due di coppe». Di Maio, presunto uomo forte, «ha grossissime difficoltà dei gruppi parlamentari». Quanto al mitologico Dibba, ansioso di tornare in pista, sconta l’handicap che nessuno dei suoi fan in Parlamento vuol rischiare nuove elezioni. Ergo, chiosa un ministro Pd, «ci terremo persino la Azzolina».

FONTE: Il Giornale.it

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