La dottoressa in rianimazione: “Turni estenuanti, il pannolone in reparto lo usiamo anche noi”.

Silvia Castelletti è un “medico in trincea” nella lotta al coronavirus all’Auxologico di Milano. “In reparto non possiamo spogliarci. Le tute sono monouso e ne abbiamo poche. Tratteniamo fame, sete e bisogno di andare in bagno. Ci parliamo con gli occhi, scriviamo i nomi sulle tute. Fuori ci riconosciamo dalle cicatrici sul naso. Ma i pazienti non li lasciamo mai soli. E alla fine ci affezioniamo”

“Finalmente la fine del turno arriva. Otto ore rese ancora più infinite da sete, fame, bisogno di andare in bagno. Farlo durante il lavoro vorrebbe dire togliersi l’equipaggiamento protettivo. Troppo rischioso. E troppo costoso. Quell’equipaggiamento è prezioso e svestirsi vorrebbe dire doverlo cambiare, riducendo la quantità disponibile per i colleghi. Devi resistere e indossare un pannolone, nella speranza di non doverlo usare, perché la tua dignità e il tuo stato psicologico sono già compromessi abbastanza”. Silvia Castelletti, 36 anni, cardiologa dell’Istituto Auxologico di Milano, cura i pazienti con il coronavirus nella terapia subintensiva del suo ospedale e ha affidato il suo sfogo al New England Journal of Medicine. E’ una rivista scientifica, ma in questi giorni lascia spesso spazio alla voce e ai sentimenti di chi lavora negli ospedali in trincea. “Un turno sulla linea del fronte” è il titolo del suo racconto. “L’ho scritto di getto, in cinque minuti, appena tornata a casa” racconta.

 

In Cina abbiamo sentito che medici e infermieri indossavano il pannolone. Ci sembrava un’immagine così lontana e improbabile.
“Anche a me. All’inizio non capivo il perché, ora mi è fin troppo chiaro. Non tutti lo portiamo. Con l’accorgimento di non bere prima del turno, non mangiare salato, e sudando moltissimo dentro le tute, non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Ma è una sicurezza in più”.

Anche il vostro, di corpo, è messo alla prova.
“Lavorando non ci si rende conto. Fatica, fame e sete si sentono poco. Ma respirare è difficile, tutto il giorno con le mascherine. E toglierle a fine turno è doloroso. Molti di noi hanno una crosta sul naso”.

Il segno della battaglia.
“L’altro giorno al supermercato ho incrociato un altro signore con la cicatrice sul naso. Ci siamo guardati: anche tu? E ci siamo messi a ridere”.

E le ferite dentro?
“La solitudine. Vale anche per noi, non solo per i pazienti. Tornando a casa dobbiamo restare distanti dalle persone che amiamo. Chi ha figli non può abbracciarli. Scherzando, diciamo che il nostro ritrovo è l’ospedale. Almeno lì, in compagnia del virus, possiamo avere contatti con altri esseri umani. Con i colleghi non siamo mai stati così uniti. Medici, infermieri, addetti alle pulizie, e poi tutte le persone che ci fanno trovare il pasto pronto alla fine del turno, quando siamo distrutti e affamati. I primi giorni facevamo turni di 12 ore. Poi ci siamo accorti che non erano sostenibili”.

Perché avete i nomi scritti a pennarello sulle tute?
“Quando siamo bardati facciamo fatica a riconoscerci. Gli occhi sono l’unica cosa che vediamo. Sulle tute, accanto al nome, spesso facciamo anche un segno di riconoscimento. Un collega ha il numero 10 sulle spalle, io ho una faccina sorridente”.

Riuscite a parlarvi in reparto?
“Così bardati sentiamo poco, la voce è attutita e dobbiamo urlare. Oltre agli occhi, usiamo molto i gesti. All’inizio del turno le visiere si appannano sempre, ma poi inizia ad andare meglio”.

Come comunicate con i pazienti?
“Con gli occhi e con i gesti, anche con loro. Non sono intubati come nelle terapie intensive. Da noi hanno le mascherine per respirare, ma lo stesso parlare è difficile. Un paziente, per farmi segno che ha capito, mi strizza sempre gli occhi. Se serve usiamo carta e penna”.

Si sentono soli?
“Sì certo. Ma non sono soli. Ci siamo noi. Non li lasciamo un attimo, soprattutto nei momenti più difficili. Soprattutto se si aggravano e poi muoiono. Siamo lì a confortarli fino all’ultimo”.

Come li aiutate?
“Cerchiamo di infondergli serenità, ottimismo, voglia di lottare. Questa è una malattia che si sconfigge se non si molla. Non molliamo noi e non devono mollare loro. La voglia di farcela è essenziale per guarire. E noi cerchiamo di non fargliela perdere mai. Gli diciamo: dai, che va un po’ meglio, ce la stai facendo. Un paziente che mi faceva preoccupare di recente è migliorato e ha tolto la maschera per un’ora. Vedi, c’è la luce in fondo al tunnel, gli ho detto. E lui: ma quante curve ha questo tunnel”.

È una malattia lunga. I ricoveri durano in genere un paio di settimane. Fate in tempo ad affezionarvi?
“Sì eccome. C’è un paziente che vuole sempre l’asta della flebo davanti a sé. Un giorno abbiamo gonfiato un guanto, gli abbiamo disegnato occhi e bocca e l’abbiamo montato sulla cima dell’asta. Così mi sento meno solo, ci ha detto sorridendo. Un altro non voleva indossare la mascherina. Alla fine sono riuscita a convincerlo. Quando è guarito, si è ritrovato accanto un altro malato che non voleva saperne della mascherina. Stavolta ci ha pensato lui a persuaderlo”.

Parlare con i parenti è parte del vostro lavoro?
L’ospedale ci ha dato un tablet per le videochiamate in reparto. Quello è uno dei momenti in cui si concentrano i groppi in gola. Un uomo di 81 anni, quando chiama il figlio, non riesce mai a trattenere le lacrime. E noi con lui. Per fortuna l’ospedale ci sta fornendo un supporto psicologico. Non poter abbracciare i figli è forse il dolore più acuto”.

È vero che l’epidemia sta migliorando?
“Non saprei. I sintomi variano molto da persona a persona. È una malattia aggressiva, che a volte peggiora all’improvviso. Cerchiamo continuamente di mettere a punto terapie sempre più efficaci e personalizzate. Io sono cardiologa e mi ha aiutato molto l’esperienza in pronto soccorso. Ma ciascuno di noi ha dovuto imparare sul campo, nessuno all’inizio sapeva affrontare la situazione”.

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