Andare a fare la spesa, fino a pochi giorni fa, era una incombenza quotidiana che svolgevamo frettolosamente, oggi è diventata l’occasione per guardarsi intorno, riflettere ed emozionarsi per le piccole cose.

Fa uno strano effetto camminare nel centro storico di una città deserta, serrande abbassate, pochissime persone per strada, il clima che si respira è irreale, qualcosa che nemmeno nella mia più fervida immaginazione avrei mai pensato di poter vivere.
Mentre andavo a comprare frutta e verdura, ho incrociato pochissime persone e ogni volta che eravamo quasi di fronte, si spostavano di lato per evitare contatti ravvicinati. Ammetto che l’ho fatto anch’io, come gesto istintivo che mi ha sorpreso per la naturalezza con cui si è manifestato. Sia chiaro la mia non è paura del contagio, ancora non credo alla mortalità spaventosa di questo virus, mi comporto secondo le norme e soprattutto per un senso di protezione e responsabilità verso gli altri. Trovo tutto così disumanizzante, i sorrisi nascosti dietro le mascherine, il bisogno atavico di socializzare che diventano fiumi di parole sui social.
I miei passi risuonano vuoti sull’acciottolato del corso, c’è il solito ragazzo che strimpella la chitarra e improvvisamente quelle note diventano normalità. C’è una vecchietta seduta su una panchina in piazza delle Erbe, è appoggiata al suo bastone, chissà se riposa o si gode il silenzio. In questi strani giorni che viviamo, sui social tuonano che bisogna denunciare gli untori, fotografarli, metterli alla gogna. Colpevoli di spargere la peste, con loro non bisogna avere nessuna pietà, è giusto usare toni duri e parolacce. Ma io guardavo quella vecchietta, da sola su una panchina, in una piazza vuota e mi veniva da piangere. Mi sarebbe piaciuto sedermi accanto a lei, fare due chiacchiere, sorriderle e prenderle la mano, rassicurarla che andrà tutto bene, che supereremo anche questa. Non l’ho fatto per il solito istinto di protezione, tristemente consapevole che se fosse, io potrei sopravvivere lei no.
Su via Marconi ho incrociato un’altra signora, mi sono spostata per permetterle di passare, non ricordo cosa mi ha detto, ma entrambe ci siamo ritrovate a commentare la situazione assurda, paradossale. E abbiamo sorriso, tenendoci a distanza, senza mascherina. 
I bar chiusi sono stati la mazzata peggiore, per noi italiani il bar è un luogo del cuore, è il posto dove vai ogni volta che esci. Un fiume di ricordi mi ha travolto, i volti di tutte le persone che ho conosciuto, di tutte le chiacchiere e i progetti fatti davanti a una tazzina calda. Ricordavo distintamente le risate, i rumori inconfondibili del bar, l’odore del caffè, il brusio.
Dio, quanto mi manca la semplicità. Non vedo l’ora di poter tornare a fare colazione con mio marito, ho troppa voglia del mio ginseng con la cannella e del cornetto con la granella di zucchero.

Fuori le mura del centro ho trovato una situazione leggermente diversa, c’erano più persone e macchine in transito. Un ragazzo correva intorno al perimetro delle mura. Il cinguettio degli uccellini sugli alberi, finalmente liberi dagli storni, mi è parso dolce e rassicurante.
Fuori le mura si trova il piccolo supermercato dove ho fatto acquisti,  oggi sono stata in tre negozi diversi e devo dire che tutti indossavano guanti e mascherine, al contrario di quello che leggo stanno gestendo questa situazione inaspettata nel migliore dei modi. Sono professionalmente e umanamente ineccepibili, forse avrei dovuto ringraziarli uno per uno, perché nonostante la situazione, la tensione, le difficoltà oggettive di lavorare in quel modo, erano gli stessi di sempre, gentilissimi e cordiali.
Al ritorno attraversando la strada ho incrociato un signore gioviale che veniva dalla direzione opposta, alla mia incertezza se spostarmi per evitare di avvicinarmi troppo o proseguire dritta, mi ha guardato e ridendo mi ha detto – tranquilla non ho il coronavirus, anzi abbracciamoci bella mia – Ho riso, l’ironia mi conforta, mi dà il senso concreto che tutto tornerà come prima. Ognuno di noi ha una voglia terribile di normalità, affrontare questi giorni bui con umorismo è sicuramente più sopportabile.  
L’incontro più bello è avvenuto nella via dove abito, un lenzuolo attaccato alla ringhiera di un balcone, un arcobaleno colorato a tinte vivaci contrasta con tutto il grigio e il vuoto che c’è intorno. Una frase scritta con grafia infantile “tutto andrà bene”. E dentro quel messaggio è intrisa la speranza colma d’amore di ogni mamma per i propri figli.  Sì, tutto questo finirà e lo racconteremo negli anni a venire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *