La professoressa che insultava è tornata in aula

«Uno in meno, non ne sentiremo la mancanza…» aveva scritto la «prof» sui social. Eliana Frontini, 51enne docente all’istituto Pascal, in provincia di Novara, l’aveva commentata così la morte del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ucciso in un agguato la notte tra il 25 e il 26 a Roma.

Poca roba. Anche perché «Non aveva neppure lo sguardo intelligente…», concludeva il post.

Che tristezza. Si fa presto oggi a liquidare un amico, una storia, anche una vita. Basta un clic. Basta postare e condividere anche le più atroci nefandezze. Tanto, nella realtà liquida di una rete dove tutto è concesso, poi si può ritrattare, ripostare, dire di essere stati fraintesi e, ultima spiaggia se le cose si mettono male, negare. Negare sempre e negare tutto perché, come ha spiegato la prof nella sua memoria difensiva, qualcuno sarebbe entrato nel suo «profilo» ed avrebbe pensato, scritto e insultato al posto suo.

La professoressa piemontese per quell’«eroico» gesto sovversivo nei confronti di un carabiniere che, forse bisognerebbe ricordarlo a lei così magari lo spiega anche ai suoi ragazzi in classe, per un migliaio di euro, rischia ogni giorno la pelle, era stata sommersa da proteste, da richieste di licenziamento e il Sap, sindacato autonomo di polizia, aveva presentato querela per diffamazione, mentre la Procura di Novara aveva aperto un’inchiesta per vilipendio alle Forze armate che sta andando avanti. Tutto giusto. Tutto nella logica di un Paese normale, che reagisce come deve di fronte a chi si permette di dileggiare la memoria di un soldato ucciso mentre sta lavorando (una volta si diceva «servendo») per lo Stato. Ma c’è di più. La professoressa era stata immediatamente sospesa da parte dell’Ufficio scolastico regionale che aveva avviato un procedimento disciplinare, contestandole la violazione dei doveri d’ufficio per avere tenuto una condotta gravemente in contrasto con la funzione educativa e gravemente lesiva dell’immagine della scuola. Quindi? Quindi l’inchiesta è conclusa e, anche se ancora l’ufficialità non c’è, va verso l’archiviazione con relativa riammissione nei ranghi. Fine. Tante scuse e arrivederci. Tante scuse per un gesto che resta una «nefandezza» ma che in un’epoca dove sempre più le parole valgono zero, viene derubricata a poco più di una goliardata. Succede un po’ come quando si passa col semaforo rosso e, per non perdere i punti della patente, si fa sapere al comando dei vigili che al volante in realtà c’erano nonne, nonni o qualche altro parente anziano che ormai non guida più. Basta un’autocertificazione per mettersi a posto con la coscienza.

 

Fonte: http://www.ilgiornale.it

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