A cosa servono i servizi sociali in Italia? Sul sito ufficiale della Regione Emilia Romagna si legge che ambito fondamentale dei Servizi Sociali e la cura e la protezione dell’infanzia, intesa come l’insieme degli interventi che mirano a promuovere condizioni idonee alla crescita, a prevenire i rischi che possono ostacolare il percorso di sviluppo e a preservare e/o proteggere la salute e la sicurezza del bambino.

Eppure, la mia esperienza non ha contemplato nulla di tutto ciò.

Mi chiamo Oscar: quasi un anno fa, la mia ex moglie ha rapito mia figlia.

Un giorno, rientrando nel nostro appartamento viennese, dove da più di due anni vivevamo insieme, come famiglia multiculturale, allegra, attenta a tutte le esigenze dei suoi componenti, la mia compagna mi comunica di voler tornare in Italia per un breve periodo. Aveva messo in una valigia, rossa, pochi vestiti: tutto lasciava pensare che sarebbero tornate, presto. In realtà, sul fondo di quella valigia c’erano tutti i documenti più importanti.

Accompagnandole alla stazione, le salutavo come colui che pensa di poter riabbracciare presto i propri cari. Mi ero illuso. Solo dopo avrei scoperto di attendere un ritorno che non sarebbe mai avvenuto. In quella valigia, la mia compagna aveva creduto di poter portare via ogni cosa indispensabile, di poter cancellare tutto ciò che nelle nostre vite era accaduto dalla nascita della piccola. Pensava di aver preso il necessario con sé: in realtà, si sbagliava di grosso.

Aveva dimenticato la cosa più importante: l’amore di un padre. Dopo 9 mesi dalla sottrazione ho potuto rivedere per qualche ora mia figlia, solo perché ordinato dal Presidente del Tribunale dei Minori,. Tuttavia, nel frattempo, qualcosa di indicibile, di offensivo, profondamente umiliante per qualsiasi essere umano era accaduto: i servizi sociali di Mezzano, senza alcuna conoscenza della mia persona, fidandosi ciecamente delle parole di un altro individuo, avevano stilato una relazione per la quale non riesco ancora a reperire un aggettivo in grado di descrivere l’abominio che, dietro di essa, si cela. 

Senza avermi neanche mai visto, interrogato, indagato su di me attraverso alcun organo istituzionale, il ritratto che si delinea leggendo il documento è quello di un mostro: sono stato accusato di violenza d’ogni genere, di essere un alcolizzato, di avere problemi psichici. All’appello, mancava solo di tacciarmi d’assassinio. Con questa relazione, fantasiosa nel suo essere il più lontano possibile dalla realtà delle cose e scevra da qualsivoglia indagine o verifica, i servizi sociali pensavano di concedere che io vedessi la mia piccola esclusivamente in loro presenza, su unico desiderio della madre, che ne avrebbe dovuto detenere la custodia esclusiva. Tuttavia, lo scorso 20 giugno, un giudice del tribunale di Bologna l’ha obbligata a lasciarmi vedere mia figlia, congiuntamente alla disponibilità data dalla madre. Ma non basta, non può bastare.

Adesso, ciò che mi domando è ancor più profondo: quali servizi sociali – che dovrebbero essere votati, innanzitutto, alla sicurezza e al benessere dei più indifesi e innocenti, come mia figlia – sono costoro, la cui anticamera del cervello non è stata sfiorata, nemmeno per un istante, dall’idea che sarebbe stato necessario contattare uno psicologo infantile, con la richiesta di verificare la salute della bambina.

Chi sono costoro che, vedendo una creatura così piccola strappata, dalla sera alla mattina, dal Paese in cui aveva vissuto e dalle braccia del padre, tralasciano completamente di chiedersi lo stato di salute di una persona del tutto disarmata. Quello che rende la mia riflessione ancora più aspra e dolorosa, è la lettura, nella relazione stilata, delle attuali condizioni di vita in cui si trova mia figlia. In essa, si legge che la bambina vive in una sorta di paradiso terrestre: è felice, seppur in una casa modesta, con la madre e i nonni.

Io, che pur non rivesto alcun ruolo nell’organismo sociale, dopo una ricerca titanica per ritrovare la madre e la figlia, sono andato a verificare di persona le condizioni igienico-sanitarie e sociali a cui la bambina è affidata. La casa in cui abita è straziata dall’umidità e dalle muffe, piena di animali non vaccinati e non sottoposti ad alcun controllo medico-veterinario: i nonni sono gravemente malati, la madre è quasi tutto il tempo fuori. La piccola ha sempre il raffreddore, non respira bene.

Così, io combatto tra il desiderio infinito di volerla riportare ad una vita sana e l’obbligo morale di sottostare ad un giudizio parziale e non concernente la verità delle cose. Se oggi scrivo queste parole, con il dolore di un padre e il senso d’ingiustizia di un uomo qualunque, è per questo: quanti padri e madri come me soffrono, obbligati a sottomettersi a dei servizi sociali che, lungi dall’essere votati alla sicurezza dei bambini, si fanno giudici assoluti, senza alcun accenno di neutralità, costituzione super partes, ricerca della verità, qualsiasi professionalità, a giudicare da quello che scrivono su persone mai interpellate nell’arco di un’esistenza?

La mia conclusione, amara come il sapore più acre che bocca umana possa mai assaporare, è che i servizi sociali stiano passando sulla pelle di mia figlia, a cui non importa nulla dei suoi miseri quattro anni. Chiedo scusa se non finisco il mio discorso in italiano, ma questa cosa riesco a dirla, come mi esce da tutto il corpo, solo nella mia lingua madre: Cuantos padres y madres sufrimos esta burocracia mas e incompetencia del llamado bien común. 

Oscar Sanchez

Questa lettera ci è arrivata dalla persona che si firma, non sappiamo chi siano gli assistenti sociali, la pubblichiamo per conoscenza, come tante storie assurde che accadono nel nostro paese.

La prendiamo con le pinze, la persona che ci scrive potrebbe aver inventato tutto, così come potrebbe essere tutto vero. Noi la pubblichiamo e basta, poi ognuno trarrà le proprie considerazioni.

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