Formigoni in carcere: Ascesa e declino del Celeste tra lusso, figuracce e inchieste

Milano Già nel 2012 per cogliere gli scricchiolii della lunga era di Roberto Formigoni non serviva annusare l’aria nei corridoi della Procura. Bastava fargli visita nel suo ufficio all’ultimo piano del Pirellone-bis, il nuovo grattacielo della Regione Lombardia. Era in quella stanza sterminata, nel punto più alto della città, che l’ego da Nabucco del Celeste manifestava il suo straripamento. L’orgoglio (legittimo) per i successi politici e amministrativi trasmutava in mania di grandezza: ed inevitabilmente, passo dopo passo, nella perdita di contatto con la realtà.

È lì, ben prima che nei processi, che entra in crisi il sistema di potere formigoniano. Tutto quello che accade dopo, e che viene crudamente alla luce, si spiega solo con la perdita della percezione non tanto di ciò che è illegale quanto di ciò che è semplicemente immorale o inopportuno. E che Carla Vites, amica di una vita e moglie del suo coimputato Antonio Simone, descriverà spietamente: i vizi di «Robertino», dai ristoranti stellati di Milano «ai locali a la page della Costa Smeralda dove il nostro Governatore seguiva come un cagnolino al guinzaglio Daccò»: Piero Daccò, terzo vertice del triangolo magico con Formigoni e Simone, gli amici di bisbocce divenuti la cabina di regia della Sanità modello Lombardia. Quando Daccò finì in galera, Formigoni pensò di cavarsela con una battuta quasi blasfema: «Anche Gesù aveva dei collaboratori sbagliati».

A lungo, nella suo regno quasi ventennale, era sembrato che un «effetto Teflon» tenesse al riparo Formigoni dai guai giudiziari: gli avvisi di garanzia finivano regolarmente in niente, e in niente finivano anche i tentativi di inguaiarlo di rimbalzo, facendo perno sugli aspetti più surreali della sua grandeur: come i contatti con Saddam Hussein e Tareq Aziz per alleviare gli effetti dell’embargo sulla popolazione irachena, ricompensati – secondo una strampalata inchiesta dell’Onu – con qualche milione di barili di greggio. Non capivano, i giudici, che a muovere il Governatore non era la sete di quattrini (nessuno gli ha mai consegnato un euro, neppure secondo le inchieste) ma la libidine del potere: di cui i pranzi, le vacanze, gli yacht, le ville erano l’orpello e la conferma. Come lo erano a loro modo le giacche improbabili che lo facevano a volte apparire come una imitazione della imitazione di Crozza.

Dovette dimettersi per un reato non suo, i rapporti con la ‘ndrangheta dell’assessore Zambetti. Cade, e non poteva essere diversamente, sul fronte che era anche il suo orgoglio: la trasformazione della sanità lombarda in un business efficiente e redditizio, una macchina in grado di soddisfare tanto i bisogni dei pazienti che le casse di pochi e selezionati soggetti privati. Una scommessa vincente, ma che – per gli interessi mostruosi che muoveva – doveva essere tutelata da una visione quasi monastica dei rapporti personali. Il Formigoni de l’Etat c’est moi non se ne rendeva più conto.

Sorgente: http://www.ilgiornale.it/news/politica/ascesa-e-declino-celeste-lusso-figuracce-e-inchieste-1649765.html

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